Voglio del genio la pazzia sublime,
canta la signorina Vivanti in una poesia che l'editore fece male a mandare attorno come saggio; essa e due o tre altre che servono per la presentazione e per il congedo lasciano apparire un po' troppo d'ostentazione voluta, che non è il difetto delle restanti. Ora così cantando la signorina Vivanti non sapeva di ripetere il grido dei romantici del 1830, da' quali il suo fare è del resto tanto diverso. Ma quell'incoronamento dell'io sopra sé stessa e sopra il mondo — intendo sempre nella poesia — fu la caricatura barocca di un fatto necessario al rinnovamento della poesia, e specialmente della lirica, che è la poesia della poesia. Era un ritorno — chi lo sospettava allora? — all'antico, all'antico immortale, all'antico eterno. La lirica eolia fu in questo senso romantica, e Alceo e Saffo poetarono l'io, come di certo non facevano i raciniani, i petrarchisti, i tassisti, i metastasiani, sciapitamente classici, di Francia e d'Italia.
Ma Saffo mi riconduce alla signorina Vivanti.
Signorina, non fate smorfie, vi prego, co' vostri ventidue anni: Saffo non è mica una vecchia. Abbandoniamo pure al melodramma la figura con la lira in mano e i veli al vento su la rupe di Leucade: ma Saffo “dalle chiome di viola, dal dolce sorriso sublime„ è la sorella maggiore d'ogni poetessa vera (scarsa famiglia), è anzi il tipo ideale, in marmo pario illuminato in lontananza dal sole, della poesia femminile. C'è tanta passione, tutti lo dicono, nel sospiro angoscioso della fanciulla antica: — Già tramontò la luna e anche le pleiadi, la notte è al mezzo, l'ora trapassa, ed io giaccio sola! — Ma perchè non dirò che nella stessissima verità semplice sollevasi appassionatamente a più largo infinito (mi si perdoni l'improprietà dei termini) questo sospiro di questa fanciulla viva?
La lunga notte mi negò ristoro,
Alfin l'alba è risorta.
Nell'orïente il ciel si tinge d'oro,
Ed ogni stella è morta.
Chi sa s'è vero ch'avvi un Dio lassù?
Un Dio ch'ama e conforta!