Ora avvicinava al giovane la lampadetta, e gli poneva tra le labbra il bocchino di una lunga pipa.
Allora Dafne Howard aspirò, lentamente, lungamente, cogli occhi socchiusi....
Gli sguardi attoniti di Myosotis incontrarono quelli di Neversol, che sdraiato sui cuscini in terra davanti a lei, la guardava.
— Perchè fuma in quel modo? — chiese. Una profonda inspiegabile nausea le saliva alla gola, un senso di repulsione, di orrore fisico profondo e indefinibile.
— Fuma dell'oppio, — spiegò Neversol. — Adesso dormirà. E sognerà.
— Dell'oppio? Perchè? È ammalato?
— Siamo tutti ammalati, piccola Myosotis, tutti ammalati, — disse Neversol, fissandole in viso gli occhi torbidi e profondi. — Ammalati della vita; ammalati di dolore, ammalati di piacere. Acquattate dentro di noi ci stanno delle belve che rugghiano e ululano, e ci rodono i visceri, ci dilaniano i nervi, ci succhiano le vene. E bisogna farle tacere e dormire.
— Che cosa dite? Di che belve parlate? — mormorò Myosotis.
— Le conoscerete, le conoscerete un giorno le belve della bramosia, della smania, della passione, della disperazione. Le conoscerete un giorno anche voi, o celeste-occhiuta Myosotis!...
A questo punto, Myosotis udì accanto a lei una risata di Leslie. Totò, che aveva attraversato la sala ed era venuto a gettarsi sul divano accanto alla fanciulletta, senza dubbio le raccontava qualche cosa di divertente che la faceva ridere del suo riso infantile e trillante; e a quel dolce suono Myosotis si riconfortò un poco.