E più tardi ancora:

«La cancrena mi ha fatto cadere un dito. Il morbo mi s'infiltra negli occhi; non ho più palpebre. Fa presto! In nome di Dio!... Cerca! trova! inventa....».

E il dottor Harding studiò, cercò, inventò. Fece venire le opere di Bibb, di Koch, di Hutchinson, di Schmal; andò in cerca d'indigeni lebbrosi e fece su loro degli esperimenti, pericolosi a sè stesso e a loro; tentò inoculazioni, vaccinazioni, cure di arsenico, di mercurio, di olio di chaulmoogra.... Visse tra mostri deformi e animaleschi, studiando tubercoli e ulceri, cancrene e necrosi....

E già da anni la terra, scura e pietosa, aveva ricoperto il volto spaventoso di Vital, che ancora il suo amico, sulle lontane coste dell'India, cercava, studiava, inventava, ossessionato dall'idea di guarirlo, fisso nel pensiero di vincere il più antico, il più atroce morbo che affligga l'umanità.

·······

Il dottor Harding aveva oltrepassato di poco la quarantina, allorquando l'unica sua parente — una sorella di suo padre, vecchia solitaria ed eccentrica ch'egli appena conosceva — si ammalò e lo chiamò in patria. Per devozione alla memoria di suo padre, egli, lasciando a malincuore i suoi studi e l'India, vi andò, e trovò la vecchia donna, colpita da paralisi, nella sua casetta rustica, «Rose Cottage».

Al capezzale, mite, timida, pietosa, vegliava la bionda figlia del pastore anglicano di Wild-Forest.

E quando la vecchia ebbe chiuso gli occhi — lasciando ad Harding la sua esigua sostanza, la casetta e i limitati poderi — Harding tese la mano alla mansueta e silenziosa infermiera per ringraziarla.

Quella mano era piccola e tiepida e tremante. E Francis Harding la trattenne nella sua.

V.