XX.

Era la vigilia della partenza per Londra.

La stanza raccolta e famigliare era illuminata dalla blanda luce della lampada e dagli sprazzi vividi del fuoco che ardeva nel caminetto.

Sul tavolo giacevano, negletti, i libri del dottore; i lavori delle fanciulle erano già piegati e riposti in un cassetto per rimanervi fino al giorno del loro ritorno.

Myosotis moveva silenziosa per la stanza aiutando Jessie a preparare il thè; ma Leslie sedeva languida e oziosa accanto al padre e poggiava la testolina lucente al braccio di lui, guardando muta nelle fiamme.

Pensava all'indomani; alle giornate di svago, alle serate di divertimento che l'attendevano nella lieta e immensa capitale; pensava anche al babbo, che sarebbe rimasto qui, solo, per tante lunghe giornate e tante malinconiche sere.... A quel pensiero strinse più forte al braccio paterno la guancia accaldata.

Il babbo non si mosse. Allora Leslie volse il viso e premette sulla manica della vecchia giacca color tabacco un bacio.

— Pensa, papà, — disse piano, — che per Natale saremo di nuovo qui.

— Sì, sì, — confermò Myosotis avvicinandosi anch'essa e cingendo col braccio il collo di suo padre; — per Natale saremo qui. — E si chinò a baciargli i capelli troppo presto imbiancati. — Staremo a Londra tutt'al più quindici giorni.

Il chiarore della lampada illuminava quella testa argentea tra le due testoline dorate; e la vecchia Jessie, nell'ombra, col vassoio da thè tra le mani, le guardò e sentì nel suo rigido petto fondersi di tenerezza il cuore.