—Non ridete, non ridete!—ammonì lei, corrugando la sottile linea nera delle sopracciglia.—Io detesto che si rida delle cose gravi. E l'amore è una cosa grave; l'amore è una cosa tragica e solenne. Io non concepisco l'amore che comincia con un sorriso e termina con un sospiro.
—E come volete che termini?—azzardò il giovane.
Ella lo saettò con gli occhi.
—Non deve terminare, non può terminare,—esclamò.—Io non ammetto che un uomo, il quale oggi mi ama, possa un giorno lasciarmi, riprendere la sua vita come se nulla fosse, parlare, camminare, ridere, scordare... o peggio! ricordare!... Ah!—e la signora rabbrividì,—è un pensiero mostruoso, abominevole.—Abbassò la voce e fissò nel giovane quei suoi occhi chiari, quasi fosforescenti tra le ciglia socchiuse:—Aveva pur ragione Messalina!... o era la duchessa di Nesle?... che quando aveva finito di amare un uomo lo faceva strozzare e gettare nel pozzo!
—Deliziosa amante!—fece Alberto, non potendo trattenere il sorriso.—Voi dunque, fareste gettare nel pozzo l'uomo che vi avesse amata?
Ella gli fissò in viso quel suo sguardo strano, senza rispondere, e Alberto ripetè l'interrogazione, variandola un poco.
—Voi non ammettete che un uomo che vi ha amata, vi lasci?
—L'uomo che mi ha amata—disse lei con voce profonda,—non mi lascia... che per morire.
Alberto di nuovo sorrise a questa macabra dichiarazione.
—Misericordia!—esclamò.—Quale truce modo di amare!