—Chiamatemi Raimonda,—disse la signora, offrendogli in una piccola tazza di giada un fluido rosato, di pungente effluvio e di una dolcezza d'idromele.
—Raimonda!... Che bel nome!—fece Alberto.
—Io non mi chiamo affatto così,—spiegò la signora;—ma cambio nome a seconda di chi è con me. Oh! quelle donne che sono sempre Maria, o Cecilia, o Caterina per tutti gli uomini indistintamente! Che banalità!... Io no. Io sono una donna diversa per ogni persona che mi avvicina. Per voi, io sono Raimonda.
Alberto trovò questa idea assai originale. E mentre beveva il liquido misterioso e gli sguardi anche più misteriosi che fluivano per lui dall'anfora di giada e dagli occhi chiari della dama, sentì che davanti a lui si schiudeva in un nuovo e deliziante aspetto il panorama dell'esistenza.
Ella frattanto gli esponeva le sue teorie sugli uomini e sulle cose, teorie che erano—o ad Alberto parevano—assai avventate e originali.
—Vorrei—disse Alberto chinando l'agile corpo in avanti e poggiando il gomito sul ginocchio—conoscere il vostro pensiero sull'amore e la vita...
—«L'amore e la vita», dite voi?—La donna tacque, tacque di proposito, un lungo momento, come tacciono le attrici sulla scena. Poi, alzando gli occhi in cui passavano dei bagliori verdi.—Ma io non comprendo che l'amore... e la morte.
—L'amore e la morte? Perchè?
—Perchè l'amore è una cosa eterna e terribile come la morte.
—Brrr!...—fece Alberto ostentando un brivido.