Un altro fischio, prolungato e villano, gli squarciò l'udito. Era il treno di Verona che entrava nella stazione. Egli si avanzò con lunghi passi volgendo al convoglio il viso torvo e pallido, interrogando gli innumerevoli visi sconosciuti affacciati agli sportelli che sfilavano—dapprima rapidi, poi rallentando—al suo sguardo.
Ma, ecco! ecco! da uno dei finestrini si sporgeva «la sua famiglia!»—la mamma, con un cappellino nero sui capelli grigi; la sorella, con un cappellino grigio sui capelli neri; e accanto a loro la cuginetta Alix, con un cappellino rosso sui capelli biondi. Come mai era venuta anche Alix? Poi Alberto scorse all'altro finestrino anche suo padre e il padre di lei, lo zio Mario; sporgevano i visi tondi e abbronzati, dai baffi un po' lunghi e spioventi come nessuno li porta più; tutt'e due ridevano, e gli facevano allegri cenni di saluto colla mano.
Scesero; e vi furono abbracci, esclamazioni, interrogazioni.
—Dov'è la cappelliera?... E come stai? Sei sempre stato bene?... La valigia nera, chi l'ha?... Sembri un po' dimagrito... E gli ombrelli?... Ci vorrà un facchino...
Poi si avviarono tutti insieme verso l'uscita, dove ciascuno porse al controllore il suo biglietto di seconda classe.
E al momento che essi uscivano, ecco arrivare Raimonda, molto elegante e corretta nell'attillato abito da viaggio cenerino. Accanto a lei camminava un uomo—un uomo che Alberto non conosceva—pallido, alto, aristocratico, sulla cinquantina. Li seguivano la cameriera e due facchini portando le poche irreprensibili valigie, i mantelli e i soprabiti.
Essa passò vicinissima, sfiorando il gruppo senza aver l'aria di accorgersene.
La sorella e la cugina di Alberto si volsero a guardarla, ridendo, con commenti ingenui.