Alberto rimase solo nel salotto profumato, di fronte all'orario ferroviario aperto e alla carta della Riviera stesa sulla tavola. I fiori olezzavano nei vasi, il grande oriolo Empire, colla sua stolida faccia circondata di smalto rosso, ritmava il tempo con battito forte. Alberto mosse qualche passo per seguire la sua amante, poi si fermò. Il battito di quell'orologio nel silenzio gli martellava il cervello come un monito, come un avvertimento.
Quanti minuti, quante ore, quanti giorni, quanti mesi della sua vita—della sua vita breve, unica, preziosa!—aveva egli già dato a questa donna? A questa donna nè buona, nè giovane, nè bella, che lo aveva ammaliato, infatuato, stregato? A questa donna che non lo amava più, e che lui, forse, non aveva mai amato?
—Ah! Ne ho abbastanza, ne ho abbastanza!—disse all'orologio e a sè stesso.
E uscì, sbattendo la porta.
XI.
L'indomani mattina Alberto era alla stazione ad aspettare l'arrivo dei suoi parenti. Camminava in su e in giù sotto la risonante tettoia; i fischi dei treni in arrivo e in partenza gli laceravano le orecchie e gli straziavano i nervi. E in cuor suo pensava:
—A quest'ora avrei potuto partire con lei!
Partire con lei! Trovarsi, con lei sola, davanti alle danzanti acque del mare! Camminare accanto a lei sui prati d'erba nuova, stellati di primule e pervinche!... Anche lui non l'aveva mai veduta all'aperto se non sullo squallido sfondo di grigiastre case, di strade affollate, di piazze rumorose. Avrebbe potuto finalmente camminarle accanto nella frizzante brezza mattutina, vederla libera nelle vesti svolazzanti, col viso senza velo e la mano senza guanti, più fresca, più semplice, più sua!... Avrebbe potuto—oh, meraviglia!—addormentarsi la sera tenendola tra le braccia, risvegliarsi al mattino col capo sul suo seno. Ah! quel risveglio meraviglioso degli amanti, ch'egli con lei non aveva mai conosciuto!...