—Sì! noi amiamo con disperata angoscia, con incrollabile tenacia; amiamo con profondo spasimo di sentimento più ancora che di sensualità. La donna che ama non conosce stanchezza, non conosce sazietà; si attacca, si avvinghia, si avviticchia; e non chiede che di restare nelle braccia dell'amante, chiusa sul suo petto, per sempre!

—Ebbene?

—Ebbene, l'uomo non vuole quella frenesia di passione, quel disperato abbandono che getta la femmina ai suoi piedi come uno straccio, senza ritegno e senza volontà. L'uomo rifugge dalla catena; ha terrore dell'immutabile, dell'indissolubile, dell'eterno.

—Ma no!—protestò Alberto.—Non è vero.

Ella alzò verso l'amante il viso sottile e sagace.

—Allora noi, quasi per rassicurarlo, per tranquillizzarlo, per convincerlo che questa nostra frenesia non sarà eterna, assumiamo verso di lui degli atteggiamenti frivoli; sfoggiamo capricci e volubilità. E poichè nella morsa della passione o l'uno o l'altro deve pel primo rallentare la stretta, allora... allora perchè non sia lui, siamo noi, noi che, disperate e straziate fingiamo di volerlo lasciare! Perch'egli non ci sfugga fingiamo di volergli sfuggire; perch'egli non ci tradisca fingiamo di volerlo tradire.

—Fingete?—esclamò Alberto con una risata amara,—Se vi limitaste a fingerlo!

—Sì; da principio fingiamo soltanto. Per inquietarlo, per destare la sua gelosia, per tenerlo e trattenerlo, mostriamo d'interessarci ad altri, d'incoraggiare gli altri, gli estranei, gli intrusi che ci sono perfettamente indifferenti, o anche perfettamente odiosi.

—Già,—fece Alberto ironico.

—E poi... e poi... visto che tutti gli uomini press'a poco si assomigliano e si equivalgono...