XV.
Nello studio soleggiato Alberto, in camiciotto da lavoro, stretti i fianchi da una cintura di cuoio, i capelli scarmigliati sulla fronte, dipingeva. Sbatteva delle pennellate di cadmio schietto in viso a una figura legnosa, dalle ombre di un cerulo d'acqua-marina e l'intitolava: «Donna nel Sole».
Il campanello squillò ed egli colla tavolozza alla mano, andò ad aprire.
Due uomini stavano sulla soglia. Con viva sorpresa Alberto riconobbe l'uno e l'altro. Il più vecchio—un bell'uomo, alto, aristocratico, sulla cinquantina, era quello stesso che accompagnava Raimonda alla stazione la mattina della Domenica delle Palme. Nell'altro Alberto riconobbe tosto il giovane cieco che aveva veduto al Valentino a braccio di Raimonda. Sotto il feltro a larghe falde facevano due cupe macchie i grandi occhiali azzurri.
Alberto salutò sorpreso e un po' turbato.
—La importuniamo?—domandò il più anziano dei due, mentre l'altro si teneva fermo sul limitare in atteggiamento rigido.
—Ma no, no! Tutt'altro,—rispose Alberto.
—Mi chiamo Scotti;—disse il nobiluomo—e questo è mio figlio. Egli desidera parlarle.
—Entrino, prego!—E Alberto stese la mano per guidare nello studio il più giovane dei due; ma questi si ritrasse, tenendo sempre una mano sul braccio del padre.