Commosso, Alberto lo prese per mano e lo condusse nello studiolo attiguo, dove su di un cavalletto sorrideva blanda la sua Madonna di Laghet, una Madonna dagli oblunghi occhi verdi un poco sciupati, dalle fini narici sensuali, dalla socchiusa bocca che pareva ritoccata al cinabro di Dorin.
—Com'è?—chiese il cieco a bassa voce, e sporgendosi a toccare lievemente colla punta delle dita l'orlo della tela.—Me la descriva.
—È diritta in piedi; sulle spalle ha un manto d'oltremare,—disse Alberto a bassa voce contemplando l'opera sua, la suggestiva figura che di sacro non aveva nulla se non la tenue, nebulosa aureola vagamente accennata dietro alla fine testa moderna.—Ha il sole nei capelli e l'ombra negli occhi. Tiene tra le mani, con sussiego, un teschio, un teschio giallolino chiaro...
—Perchè un teschio?—esclamò il giovane.
—Ma sapete pure,—rise Alberto—in pittura... un buon teschio fa sempre bene. D'altronde se gliel'ho messo tra le mani—soggiunse, fissando pensieroso il suo quadro—è perchè l'ho proprio veduta così.
—Veduta così? Dove? Quando?
—È venuta qui un giorno, e ha veduto sullo scaffale un teschio. L'ha preso, l'ha tenuto tra le mani... così... per un poco. Poi l'ha baciato...
—Dia qui, dia qui,—interruppe l'altro, stendendo le mani vagamente nel vuoto.—Dia anche a me.
Alberto obbedì; prese dallo scaffale il teschio gialliccio e glielo pose nelle palme. Subito le dita lunghe del giovane lo sfiorarono cercando le vuote orbite degli occhi.
—Anche tu, anche tu sei cieco,—mormorò, chino sul lugubre oggetto;—sei cieco e sei più spaventoso di me. Eppure, ella ti ha baciato!—E abbassando il capo poggiò la fronte sul lucido cranio glabro. Così inclinato non gli si vedevano più gli occhiali, non si vedeva che il giovanile capo adorno di bruni capelli ondeggianti.