Questi si divincolava gemendo:—Cosa fai? cosa fai? Lasciami andare!
Abbandonai il suo braccio. Avevo trovato l'interruttore e fatto scattare la luce elettrica. La rispensi subito. Avevo scorto gli altri interruttori—quelli della luce rosa!
Li girai.
Ed ecco raggiare nel vasto vano, di qua, di là, da tutte le pareti, quelle stelle color di viola rosato, a un tempo dolci e violenti.
Traversai barcollante e precipitoso la stanza. Sentivo il pavimento sollevarsi e abbassarsi in ondate alterne sotto ogni mio passo. Mi lanciai verso il fondo della sala verso la grande placca che Weill aveva acceso per la prima... Ardeva, ora, appeso alla parete, il gigantesco ciclame incandescente; brillava di un fuoco vivido e soave, che mi faceva pensare a un torrente di rubini sciolti nel latte.
Lo staccai dal muro tenendolo nelle mani, quel portentoso e spaventevole gioiello.
—Eccolo, Alessi, eccolo il rimedio a tutti i mali!... Il male degli occhi, sai qual'è? È la vista! La vista delle cose belle che ci stordiscono, la vista delle cose laide che ci disgustano, la vista delle cose tristi, delle cose triviali, delle cose nefande!...
Urlavo così, fissando nel fulgore cremisi i miei occhi sbarrati. Ora nelle mie pupille si accendevano sprazzi di rosa... s'infiggevano pugnalate di rosa... il mondo era un immenso incendio rosa!...
E adesso intorno al rosa appariva un cerchio viola, d'un viola cupo, d'un viola folle, d'un viola non mai veduto!... Ed ora mille altri colori balenavano saettavano sprizzavano intorno a me. Ero circondato di fuoco multicolore, di fuoco verde, di fuoco bianco, di fuoco nero... e traverso tutto questo balenìo questo lampeggìo questo sfolgorìo policromo, sempre delle pugnalate di rosa mi si figgevano nelle pupille...
D'improvviso tornai in me. Con un urlo volli distogliere lo sguardo da quella voragine rosata; non potevo; le mie pupille erano inchiodate, avvitate a quel rutilante braciere.