E di nuovo il cane abbaiò lugubre e lontano nel gran silenzio della campagna. Un lieve fruscio e crepitìo sui rami annunciò che cadeva la pioggia.
La voce del narratore si fece più bassa).
—Poco a poco subentrò... in lei? in me? chi può dirlo?... un altro sentimento. La stanchezza? Il disamore? No. Qualcosa di più profondo e di più fosco.
La passione, quella grande auto-demolitrice, agonizzava; e negli intervalli tra un frenetico abbraccio e l'altro, nei nostri cuori entrò un nuovo più cupo visitatore: l'odio!
Sì; l'odio.
Nel buio delle nostre notti insonni, nelle lunghe silenziose giornate, lo sentimmo penetrare in noi, acquattarsi nel fondo delle nostre anime.
Io sentivo nascere in me un'oscura selvaggia esecrazione di lei, di lei cui dovevo la mia sciagura. E in lei—io lo sentivo!—saliva, torbida marea, un lento, subdolo orrore di me.
E questo orrore ch'ella provava—l'orrore di me, di sè, l'orrore delle sue giornate, l'orrore delle sue notti—io lo sentivo; e la odiavo con cupa silenziosa ferocia.
Di notte, a fianco l'uno dell'altro, restavamo lì, muti nel buio, come due belve in agguato... E i nostri abbracci erano più parossistici, più furiosi, poichè in essi ruggiva la nostra oscura crudeltà, la nostra occulta brama di reciproco annientamento.
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