E accennava all'esuberante petto e ai poderosi fianchi.

«Metterò una cintura scarlatta, con un nodo qui. Quanto a questa rosa forse, come la Carmen di Merimée, la terrò fra i denti entrando. Sarà di molto effetto. Avevo anche pensato,» soggiunse, «di avere in mano una sigaretta accesa. Ma mio marito e il Reverendo Smyth me l'hanno sconsigliato.»

«L'amor, sel sappia il mio bel damo»

gorgheggiò giocosa nella ricca e pastosa voce di contralto. E la povera Miss Slepper si sentì contrarre in gola per l'invidia le sue note asprette di soprano, che le raschiavano l'ugola come tanti pezzetti di vetro rotto....

Giorgio Whitaker doveva eseguire qualche gioco di prestigio che aveva imparato in un libro intitolato: «La Magia in Famiglia.» Li aveva eseguiti varie volte in casa con grande destrezza e successo; ma il giorno del concerto sentì a un tratto mancargli la bella e balda sicurezza [pg!153] di sè. Girava per la casa dicendo a tutti: «Ho idea che stasera farò una figura barbina.» E nessuno aveva il tempo o la voglia di contraddirlo.

Circa mezz'ora prima che si dovesse partire egli si trovò con Chérie nell'atrio, aspettando gli altri che stavano ancora vestendosi.

Chérie indossava una veste prestatale da Eva, una veste di mussola bianca con nastri celesti che Giorgio conosceva bene, e gli faceva provare verso di lei un vago senso di fraterna tenerezza. Sua sorella e sua madre erano ancora disopra a fare toletta, ed anche Luisa non era ancora scesa, avendo dovuto mettere a letto Mirella e raccomandarla — in un inglese più febbrile che corretto — alle cure di Mary, la cameriera.

«Farò una figura da perfetto imbecille,» ripetè Giorgio per la millesima volta fissando con cupo sguardo Chérie. «Lo sento nelle ossa.»

«Ma no,» lo incoraggiò essa.

«Ma sì,» asserì Giorgio rabbiosamente. «Ho le mani umide e diaccie. Non potrò far niente.»