«Non ho mai veduto tanti soldati» disse Mirella. «Non credevo ce ne fossero tanti nel mondo!»

Frida Rothenstein ebbe un sorrisetto sprezzante cogli angoli della bocca rivolti in giù. «Nel mio paese ce n'è qualcuno di più!» osservò.

[pg!18] «Come? In Germania?... Ma certo non saranno così belli!» gridò Mirella, sporgendosi dal finestrino a salutare col fazzoletto, come tanti altri facevano, una compagnia di lancieri che passava al galoppo — lance in resta e pennacchi ondeggianti — sulla strada polverosa costeggiante la ferrovia.

Frida li degnò appena d'uno sguardo. «Dovreste vedere i nostri Ulani,» disse. «Chissà,» soggiunse, «che un giorno non li vediate davvero!»

Ma le ragazze non l'ascoltavano. Finalmente si arrivava a Bruxelles.

Il viaggio da Ostenda era durato cinque ore invece di due. E per più di un'ora dovettero restar là, ferme, nel treno immobile nella stazione di Bruxelles.

«Di questo passo non arriveremo mai a Liegi; e tanto meno a Bomal», disse Chérie sgomenta, mentre uno dietro l'altro i treni carichi di soldati l'asciavano la stazione prima di loro, andando verso l'Est. Qui si sarebbe detto che tutta la gente al mondo volesse fuggire da Bruxelles per correre alla frontiera orientale.

Ma tutto ha una fine. E venne anche il momento in cui il loro treno si mosse, e uscì ansante e sbuffante dalla Gare du Nord verso Louvain e Tirlemont.

[pg!19] Era quasi buio quando arrivarono a Liegi; allorchè lasciarono la Gare Guillemain, la morbida notte estiva avvolgeva già tutta la vallata nei suoi drappi tenebrosi.

La piccola Mirella s'addormentò, col visino smunto e sudicio di fuliggine poggiato al braccio di Frida. Anche Chérie sonnecchiava nel suo cantuccio, sognando l'azzurro mare di Westende; ma gli occhi di Frida erano aperti e fissi nel buio, mentre il treno entrava ed usciva rombando dalle gallerie e passava fragoroso sui ponti seguendo la curva nero-luminosa del fiume Ourthe.