Ancora una volta, l'incoscienza, come una caverna nera, m'inghiotte.

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Mi ridesta la voce di Luisa. Pare che mi chiami, mi chiami da lontano....

Poi quella voce si fa più forte... più vicina — ecco! grida il mio nome. Ed apro gli occhi.

Sì, Luisa è china sopra di me. Mi solleva, mi ravvolge in uno scialle, mi trae con sè... Dove andiamo? Non so. Luisa mi porta fuori di casa, e via per un viottolo sassoso che conduce ai boschi.

Non è giorno e non è notte. Forse è l'alba.

Una sete terribile mi consuma, un malore indescrivibile mi dilania, e sempre Luisa mi trascina avanti, e avanti ancora. Non posso andar oltre. Appoggio la fronte al tronco d'un albero, e la sua rude corteccia mi lacera tutto il viso quando sdrucciolo e cado a terra, abbattendomi sull'erbe umide e sul musco.

Piango e mi lamento....

«Zitta! Per amor del cielo! non farti sentire!» E' la voce di Luisa. «Nasconditi,» susurra, «nasconditi. Giù!... giù!» E mi trascina dentro un fosso umido, pieno di spini.