Tutto era vano. La natura proseguiva inesorabile il suo corso.
[pg!197] Allora si decise di chiedere aiuto alle donne che sui giornali promettevano assistenza; e andò tremante ad esporre a loro il suo caso.
Ma esse non la conoscevano; era straniera e probabilmente senza danaro. Nessuno volle ascoltarla, nessuno volle soccorrerla.
Finalmente Luisa si decise a consultare un medico. Il primo a cui si rivolse era un giovane svizzero, rigido, onesto e rude. Egli minacciò di denunciarla al suo Consolato, e la mise alla porta.
Allora ricorse a un dottore francese di cui qualcuno le aveva detto che era amabile e cortese. Difatti egli l'ascoltò, benevolo, se pure con un sorrisetto non scevro di malizia.
Già!... Ve n'erano molti di questi casi dolorosi.... Era quasi difficile credere che fossero tutti genuini!... Andiamo, andiamo! Si trattava qui veramente della violenza dell'odiato nemico?... O non era forse responsabile qualche bon ami? Qualche affascinante «Tommy» od ufficialetto inglese? Suvvia, era troppo naturale — e il dottore le prese la mano — quando si era ravissante come lei, con quelle guancie infocate e quegli occhi ardenti.... Ah! con quegli occhi si ha le diable au corps, n'est-ce-pas?
Luisa, comprendendo, era balzata in piedi fremente [pg!198] di disgusto e d'ira. Allora egli cambiò tono e l'avvertì che se osava ripresentarsi a lui l'avrebbe denunciata alle autorità.
Col coraggio della disperazione Luisa andò da varî dottori inglesi; e quando si trovò davanti a loro non osò dire quello che desiderava. Essi le ordinarono dei calmanti e dei ricostituenti. Se mai ella osava narrare loro la sua storia, o non la credevano, o scotevano malinconicamente il capo raccontandole a loro volta dei casi che avevano conosciuti simili al suo, od altre storie di barbare atrocità. Luisa doveva interessarsi al fato dei bambini di Visè cui erano state mozzate le mani; doveva commuoversi per il soldato di Hertfordshire cui avevano strappato gli occhi.... Poi pagava cinque scellini (se era un medico della City) o due lire sterline (se era un medico di Harley Street) e se ne tornava a casa con una ricetta di sedativi e tonici.
Allora Luisa decise che bisognava morire. Non vi era rimedio, bisognava morire. Aveva paura della morte. Si sentiva legata alla vita da un duplice istinto, il suo e quello della creatura che viveva in lei. Ah! come tenacemente si aggrappava quell'essere alla vita! Non voleva morire, quell'immonda creatura — no! non voleva [pg!199] morire e liberarla. Si attaccava con tutte le fibre alla sua esecrata esistenza.
Ben sapeva Luisa che cosa sarebbe accaduto se portava fino al termine questo suo martirio! Sveglia, ogni notte, ella si figurava ciò che nascerebbe da lei, immaginava vivente questo essere concepito nell'odio e nell'orrore. E lo vedeva un mostro, una cosa informe e demoniaca, una cosa fantastica e terrorizzante che a guardarlo agghiaccia il sangue!... Tale sarebbe la creatura che nascerebbe da lei, ch'ella dovrebbe carezzare e nutrire, — e recare tra le braccia andando incontro a suo marito quand'egli tornava zoppicante dalla guerra!...