Le feste Natalizie passarono calme e solenni versando il loro balsamo di pace nei cuori feriti delle esiliate.

Ma un giorno ecco arrivare ai profughi belgi rifugiati all'estero l'ordine di ritornare in patria. Era un comando perentorio del Governatore tedesco di Bruxelles a tutti coloro che possedevano case o terreni nel Belgio. Queste proprietà verrebbero confiscate se i possidenti non si presentavano a reclamarle entro un brevissimo termine di tempo.

Luisa entrò nella camera di Chérie colla lettera in mano. Era atterrita e tremante. Chérie ascoltò in silenzio la lettura.

«Ma Chérie! capisci — capisci che ci ordinano di rientrare nel Belgio? Ti rendi conto di ciò che significa questo per noi?»

«Significa — tornare a casa nostra,» mormorò [pg!254] la fanciulla con gli occhi bassi e un'improvvisa vampata di colore sulle guancie smunte.

«A casa nostra! Ma tu ricordi che cosa era la casa nostra quando la lasciammo?» gridò Luisa cogli occhi fiammeggianti.

«No,» disse Chérie. «Non ricordo.»

«Casa nostra! Senza Claudio!... Senza Florian! e i nostri amici dispersi... straziati.... uccisi... Ah!» gridò Luisa, e le lacrime, così facili a scorrere nell'estrema debolezza fisica, le rigarono il volto smagrito. «Casa nostra! — con Mirella spettrale e silenziosa, e tu — e tu! —» le nere pupille appassionate sfiorarono per un istante la persona di Chérie e la vergogna e il dolore la soffocarono. «Basta, basta! non ne parliamo più. Non ne parliamo più.» E gettò sul fuoco la lettera.

Ma non così potè distruggere il ricordo di quel richiamo. La possibilità di ritornare in patria — possibilità che fino allora era sembrata così remota, così inverosimile — l'idea di ritornare al focolare che avevano creduto di non rivedere mai più, ora occupava la sua mente e quella di Chérie ad esclusione d'ogni altro pensiero.

Quel rude comando di rimpatrio echeggiava nei loro cuori giorno e notte destando lo struggimento e la nostalgia.