Luisa si volse e la guardò con occhi di sonnambula; indi lentamente si mosse, ed obbedì.
.... Ardua cosa scegliere fra tutti gli oggetti che ci circondano quelli da portarsi via, così, nelle nostre due mani! Ah, queste cose inanimate come ci crescono profondamente nel cuore, come diventano, col passar degli anni, una parte integrale della nostra esistenza!
Ma come? Si devono prendere solamente i denari e pochi gioielli?... E non questo quadro? Non queste lettere? Non questo dono prezioso di chi non è più?... Non la massiccia argenteria che per generazioni è stata nostra? Non il caro velo delle nostre nozze?.... Non lo sgualcito libriccino da Messa della nostra Prima Comunione?... E non le preziose medaglie che commemorano le campagne di guerra di nostro padre? Nè i documenti che dimostrano chi siamo e ciò ch'è nostro?...
Ma — e la gabbia con dentro i canarini che dormono — lievi pallottole di lanugine dorata? Si devono lasciarli qui a morire?... E il cane — il fedele compagno che alza su di noi i suoi occhi buoni e intelligenti?...
[pg!67] «Ah! Amour, a qualsiasi costo, lo portiamo con noi,» disse Chérie.
«Lo portiamo con noi...» ripetè trasognata Luisa che errava come un'anima smarrita per le stanze raccogliendo degli oggetti e poi rimettendoli giù.
Un orologio lontano suonò le undici.
Mirella, ancora nel suo vestitino di mussola rosa, s'era arrampicata sul letto di Luisa e sonnecchiava.
Ah!... Eccolo di nuovo quel rimbombo cupo, tuonante, perdentesi in un lungo e minaccioso brontolio....
«E' più vicino!» ansò Luisa, torcendosi le mani. «E' più vicino!» E mentre ancora lo diceva, ecco ripetersi il suono terribile — e più vicino, infatti, e più cupo, più profondo, più temibile.... Le vetrate della casa tremarono.