«Chérie è sua cognata, non è sua figlia», sentenziò Frida; poi scorgendo d'un tratto l'altra lettera in mano a Mirella: «Per chi è quella lettera?»
«Hochwolgeborenes Fräulein Frida Rothenstein», declamò Mirella; ma Frida era già balzata in piedi, e le strappò la lettera di mano.
«Uh, che sgarbata!» fece Mirella. «E chi è che ti scrive? E' la nostra carta da lettere; ma non è la scrittura di Lulù, e neppure di Papà. Chi è che ti scrive tutte quelle sciocchezze di hochwolgeboren sulla busta?»
Nessuno rispose. Con occhi intenti Frida e Chérie leggevano le loro lettere. E Mirella continuò il suo monologo. «Scommetto che è di Fritz. Il domestico di Papà! Immaginiamoci! [pg!12] Una hochwolgeborene Signorina che riceve lettere da un servitore!»
Frida non si degnò di rispondere; nè sollevò gli occhi dal foglio che teneva in mano; eppure — Mirella lo vedeva — non vi era che una riga di scritto. Quattro o cinque parole, nulla più. Ma Frida sedeva immobile, impietrita, come se quel breve messaggio l'avesse mutata in una statua di sasso.
Ed ora Chérie, che aveva finito di leggere la sua lettera, sollevò il viso costernato.
«Frida! Mirella!... Sapete che cosa accade? Dobbiamo tornare a casa domani.»
«Domani?» gridò Mirella. «Ma cosa dici? Papà ha detto che dobbiamo star qui due mesi e non siamo arrivate che quattro giorni fa!»
«Lo so. Ma la tua mamma scrive che si deve tornare subito a casa. Hai sentito, Frida?»
Frida nè rispose, nè alzò gli occhi.