— Non parliamo di quel giorno; ci sarà tempo.

— Capisco; — disse ridendo il Manfredi. — Non trattandosi dello zio, rimani volentieri in casa del babbo.

— Come sei crudele! — esclamò la fanciulla. — Ho detto che se il signor Cesare mi avesse parlato, col tuo permesso, lo avrei ascoltato. Non debbo io obbedirti?

— Sicuro; ma egli, col mio permesso, ti parlerà per un altro. Che cosa gli risponderai?

— Gli risponderò che son troppo giovane, ma che tu, del resto, disponi della mia volontà. E siccome tu, della mia volontà, non ne disporrai per questa volta, io sarò tranquillissima.

— Santa ingenuità! Vedete come trova le risposte! — disse il Manfredi. — Ma senti, bambina mia; poichè io gli ho dato il permesso di parlare, sapendo benissimo di chi doveva parlare, sarà conveniente che tu, per questa volta, ti cavi d'impiccio da te. È un caso particolare, un caso strano, ed io debbo rimettere al tuo senno lo scioglimento di queste difficoltà.

— Bene; allora gli dirò schiettamente.... Senti, gli dirò così: Signor Cesare, io, per mia scelta.... Ma no, mi vergognerei di parlargli in tal modo.

— Ho capito; gli diresti volentieri: signor Cesare, se si tratta di lei, eccomi qua. Eh, brava, la mia Gabriella; questo sarebbe un bel coraggio. Digli invece, con molta grazia, che non avevi ancora pensato alla possibilità di separarti da tuo padre, che dovresti aver tempo a meditare, e prendere altrettanto tempo a rispondere.

— E se egli insiste?

— Digli di sì. Ti senti di dirglielo?