— C'è del vino di Porto, che piace tanto al signor cavaliere; — disse Happy.

— Anche il Porto è buono; — sentenziò il dottore. — Lo assaggerò anch'io, quantunque non abbia fatto colazione. —

Il dottore apparteneva alla scuola moderna dei corroboranti; una scuola che ha i suoi pregi, come li hanno i corroboranti medesimi, e in particolar modo i noetici. Non so se mi spiego.

— Veda, signor marchese; — disse il savio chirurgo; — non c'è nulla di grave. La palla ha colpito l'omero, tra il deltoide e il bracciale anteriore. È entrata di qua, è escita di là, forse rasentando la scapula. Il braccio era alzato; i muscoli tesi hanno fatto resistenza; la palla, seguendo l'indole di tutti i corpi sferici, ha dovuto deviare, davanti all'ostacolo. Il ferito è sano, di buona complessione; vasi sanguigni importanti offesi non ce ne sono; sarà un affare di poco. Non è vero, cavaliere? Tra dieci giorni andiamo a fare una scarrozzata insieme.

— Magari fra cinque; — rispose Arrigo, sorridendo.

— Son troppo pochi; si contenti di dieci. —

Il dottore e il barone di Santàgata si erano allontanati dal letto, per rivoltare le bende e distendere un po' d'unguento sulla pezza. Arrigo approfittò della loro lontananza, per accennare sottovoce allo zio quel che gli era avvenuto in casa Manfredi, e quindi a voce più alta per raccontargli brevemente il duello. Si erano battuti alle otto, nei pressi del ponte Nomentano; avevano sparato a quindici passi di distanza, e simultaneamente, al comando; il primo colpo era andato a vuoto; al secondo, Arrigo si era sentito tocco alla spalla, ma in pari tempo aveva veduto cader l'avversario; egli giurava, per altro, di aver lasciato andare il colpo senza toglier la mira.

— Ti credo, ti credo; — disse il Gonzaga. — È sempre così, con quell'arme sciocca. Se toglievate la mira, c'era da scommetter dieci contro uno che colpivate i padrini.

— Vedi, intanto, — riprese Arrigo, — che il conte Guidi non mi vogherà sul remo. —

Cesare Gonzaga si chinò un'altra volta a baciare il nipote.