— Col conte Guidi, che è in fin di vita, con una palla nel petto, e perciò penetrante in cavità. —

Il Gonzaga non istette a sentir altro, e corse nella camera del nipote.

Arrigo Valenti era coricato sul letto, ancora mezzo vestito, e voltato sul fianco. La camicia si vedeva aperta sulla spalla destra a colpi di forbice. Il dottore stava a capo chino presso di lui, in atto di medicar la ferita; e vicino al seguace d'Esculapio era un signore, sconosciuto anch'egli al Gonzaga, ma certamente uno dei padrini di Arrigo.

Il ferito riconobbe lo zio al passo frettoloso, e gli diede il buon giorno, senza voltarsi.

— Non è niente, sai! — aggiunse tosto, per calmare la sua inquietudine. — Ti presento il dottor Mori e il barone di Santàgata. Signori, mio zio, il marchese Gonzaga. —

Il dottore e il barone fecero un inchino. Cesare Gonzaga corse dall'altra sponda del letto, per vedere in volto il nipote.

— Zio, mi perdoni? — disse Arrigo.

— Che perdonare? Ti adoro; — rispose il Gonzaga, baciandolo sulla fronte. — Ma non ti affaticare coi discorsi, te ne prego.

— Che! Non soffro punto; — replicò il ferito. — Dottore, ditelo voi a mio zio, che posso parlare senza pericolo.

— Sì, può parlare, per ora, ma moderatamente; — rispose il dottore. — Non c'è febbre ancora, e forse non verrà prima di sera. Bisognerà dargli piuttosto qualche cosa che lo rinvigorisca; un po' di cognac, un bicchierino di Marsala....