Cesare Gonzaga meditò lungamente su quegli enimmi, e andò a letto senza averli sciolti; ma dormì poco, e quel poco, poi, facendo certi sognacci che il ciel ne scampi e liberi ogni anima ben nata. La mattina si svegliò per tempo, secondo il suo solito, e appena il servitore entrò in camera per portargli il caffè, gli chiese notizie di Arrigo. Il signor cavaliere non era ritornato. Per altro, non bisognava maravigliarsene, soggiungeva Pico della Mirandola; quando il padrone saltava una notte, la saltava intiera.
— Sono un gran matto, io, a pesar le parole di un biglietto vergato in fretta al circolo, come se si trattasse d'una terzina di Dante! — disse il Gonzaga tra sè. — Arrigo ha affogato nello sciampagna il dolore del rifiuto di Gabriella, e a quest'ora dorme saporitamente in qualche letto d'albergo. —
La mattina è stata data al giorno, come la primavera all'anno, per destare i più lieti pensieri nella mente dell'uomo. Cesare Gonzaga si rasserenò alla vista del bel cielo di Roma, e andò a farsi radere, secondo l'uso quotidiano, poscia a fare una passeggiata al Macào; nè ritornò a casa che verso le dieci del mattino.
— È rientrato? — chiese egli al servitore, anche prima di metter piede sulla soglia di casa.
— Sì, illustrissimo; — rispose Happy con un accento dimesso e con una cera da funerale.
— Che c'è? — gridò il Gonzaga, profondamente scosso.
— Ferito; — replicò il servitore.
— Che hai detto?
— Il signor cavaliere ha avuto un duello.
— Ah, il mio sogno! — esclamò Cesare Gonzaga. — E con chi?