— E quando lo avete saputo? — domandò il Manfredi.

— Oggi stesso. A tutta prima aveva creduto che si trattasse di suo nipote; ma invece è lui, proprio lui.

— Anche il Guidi, poc'anzi, era qui, e non ci siamo avveduti che ci fosse nulla tra loro.

— Eh, capirete; i cavalieri perfetti sanno fare le cose con la debita discrezione.

— Ma la ragione? Arrivato da due giorni appena, come può aver già avuto da dire con qualcheduno?

— Che posso dirvi io? La ragione non la so. Del resto, le quistioni personali non si maturano sempre lentamente; nascono qualche volta da un nulla, come i funghi, e scoppiano lì per lì, come le bombe. —

Con questi bei paragoni conchiuse la sua imprudentissima chiacchierata il conte Pompeo di Castelbianco, lasciando i Manfredi nella più dolorosa ansietà.

XVI.

Cesare Gonzaga si era ritirato a casa molto inquieto per la fuga del nipote, fuga che non sapeva a qual cagione attribuire. Giunto lassù, in via Nazionale, rimase a chiacchiera col servitore enciclopedico, sempre aspettando la venuta di Arrigo. Finalmente, verso la mezzanotte, un fattorino dello Sport venne e lasciò per il marchese Gonzaga una lettera. Arrigo Valenti si scusava in essa con lo zio, per essere escito così in fretta da casa Manfredi, senza dargliene avviso, poichè si era ricordato di avere fissato un ritrovo allo Sport con un banchiere parigino, suo corrispondente ed amico. “Si farà tardi, cenando (soggiungeva Arrigo), ed è molto probabile, anzi certo, che passerò la notte fuori di casa, da vero ed autentico figlio di famiglia. A rivederci dunque domani, e non esser più tanto severo, te ne prego, col tuo povero nipote.„ Seguiva la firma.

Il pretesto era buono, e Pico della Mirandola ricordò all'illustrissimo signor marchese che altre volte il signor cavaliere aveva disertato, come quella notte, dal domicilio legale. Ma l'ultima frase del biglietto, che Cesare Gonzaga aveva letto e riletto una dozzina di volte, non era tale da lasciar molto tranquillo un animo naturalmente sospettoso, e per allora singolarmente eccitato. “Non esser più tanto severo„ scriveva Arrigo allo zio. Perchè quel “più„ che aveva l'aria di stabilire una data, un'êra nuova, come la nascita di Gesù Cristo, o come la fuga di Maometto? “Povero nipote„ scriveva ancora il Valenti. Perchè povero, mentre andava a cena e si disponeva a passare allegramente a notte?