— Con chi l'hai? — gli domandarono.

— Col cavaliere Valenti. Vi prego di andar subito a casa sua, per portargli la sfida.

— Non occorre andar tanto lontano; — risposero quelli. — Il Valenti è entrato poc'anzi, ed è nella sala d'armi a colloquio con due altri, forse per la stessa ragione.

— Tanto meglio! — disse il Guidi. — Andate dunque di là. Voglio un combattimento ad oltranza. Stamane, per un riguardo a certe persone, mi son mostrato corrivo a far pace con lo zio. Ora il nipote ha da pagare per due. —

Mentre queste cose accadevano di fuori, Cesare Gonzaga, rimasto nel salotto dei Manfredi, girava inutilmente gli occhi di qua e di là, cercando il nipote. Certo, conoscendo l'indole di Arrigo, l'ultimo pensiero che gli potesse venire, anzi l'unico che non gli dovesse venire affatto alla mente, era quello di un suo alterco col Guidi. Egli sospettò invece che il suo caro nipote, sconcertato dal rifiuto di Gabriella, avesse fatta la insigne sciocchezza di andarsene insalutato hospite, contro l'usanza della casa, che non ammetteva questi esotici modi. Turbato dal pensiero di quella ragazzata, che poteva guastare per sempre il giovinotto coi Manfredi, lo zio Cesare stette ancora un pezzo a discorrere con gli ultimi rimasti, che si erano raccolti intorno alla signorina Gabriella. Finalmente, approfittando dell'arrivo del conte Pompeo, che veniva molto in ritardo a cercare sua moglie, Cesare Gonzaga si accomiatò, promettendo a Gabriella una visita per il giorno seguente.

— Che uomo, quel Gonzaga! — disse il conte di Castelbianco. — Par sempre un giovinotto.

— Ed ha anche giovane il cuore; — aggiunse il Manfredi.

— Ah, quello poi ha vent'anni. Figuratevi ch'egli ha domattina un duello.

— Un duello! — esclamò Gabriella. — Con chi?

— Col conte Guidi.