— Parli, sono a' suoi ordini; — rispose egli, assumendo tosto un'aria di cerimonia.
— Poc'anzi, — riprese Arrigo, — una donna ch'ella ha accompagnata in casa Manfredi....
— Una signora, non una donna; — interruppe il conte Guidi; — la prego di correggere.
— È giusto; — rispose Arrigo, dopo un istante di pausa. — Non era mia intenzione di venir meno al rispetto che a quella dama è dovuto. La signora, adunque, passandomi daccanto, non so per qual cagione di sdegno contro di me, mi ha detto: vile. —
Il conte Guidi, che si era fermato a guardare il suo interlocutore, ascoltando pazientemente il suo piccolo racconto, si strinse nelle spalle, con aria di dirgli: che c'entro io?
— Le signore, — continuava frattanto il Valenti, — hanno parole che colpiscono peggio dei ceffoni. A noi uomini restano le mani, per restituire ai cavalieri quello che abbiamo ricevuto da esse. —
Così dicendo, levò la mano e percosse.
Il conte Guidi si aspettava un alterco, e fors'anche un'offesa; ma non aveva preveduto tanta prontezza di mano. Cacciò un urlo e si scagliò sul Valenti, che era preparato a riceverlo. Ci fu il solito pugilato, il solito accorrere dei viandanti, e la solita separazione dei combattenti, senza che nessuno degli accorsi riconoscesse quei due inferociti cavalieri e sapesse perchè si fossero accapigliati. Allontanatosi primo dalla calca, Arrigo vide passare una vettura da nolo, fortunatamente vuota; vi saltò dentro e disse:
— Allo Sport, in via Condotti, e alla svelta! —
Anche il conte Guidi, liberatosi dalla ressa degli importuni, andò di buon passo allo Sport. Giunto colà, prese in disparte i due primi gentiluomini che gli si pararono dinanzi, e chiese loro di volerlo servire in una quistione d'onore.