Il conte Guidi andò a prendere informazioni, e tornò subito dopo, annunziando che la carrozza era giunta. Frattanto il circolo delle dame si era disfatto, e la contessa di Castelbianco, andando verso il senatore Manfredi, che stava in conversazione col suo sinedrio di gravi personaggi, passò accanto ad Arrigo, che si tirò indietro, salutando. Essa gli diede un'occhiata sdegnosa, rise e gli gittò sul volto una frase, che sibilò come un colpo di frusta:
— Siete un vile!
— Signora!... — disse Arrigo, sbalordito.
— Siete un vile! — riprese ella, incalzando. — Volete che vi schiaffeggi qui, alla presenza di tutti? —
Arrigo si ritrasse ancora, chinando la testa, e si allontanò prontamente da lei.
Cesare Gonzaga aveva veduto l'incontro e indovinato facilmente uno scambio di parole aspre fra i due. Avvicinatosi al nipote, mentre la contessa stringeva la mano al senatore Manfredi, gli disse:
— Che è stato? Che cosa ti ha detto la contessa?
— Nulla, zio, nulla; parole amare, sciocchezze da non farne caso. —
E fremeva, parlando così, e guardava sempre intorno a sè, come cercando qualche cosa. La contessa, frattanto, era partita, e poco stante, fatti i suoi saluti alla signorina Manfredi, anche il Guidi si mosse per uscire. Arrigo lo seguì in anticamera, indossò il pastrano anche lui, e si avviò per le scale sui passi del conte. Quell'altro se lo era veduto benissimo alle calcagna; ma a tutta prima non ne avea fatto caso, credendo che si trattasse di una combinazione fortuita. Ma dovette ricredersi nell'atto di escire sulla via, quando Arrigo Valenti, affrettando il passo per raggiungerlo, gli disse:
— Signor conte, avrei qualche cosa da chiederle.