— Arrigo, Arrigo! Se tu seguiti a prender le cose con tanta fiacchezza, ti do la mia parola d'onore, che piglio il primo treno di domani, e me ne ritorno alle Carpinete, donde non mi caveranno più neanche gli scongiuri.
— Come? Ti darebbe l'animo di abbandonarmi? Proprio ora?
— Senti; che serve rimanere? Intanto, ella non vuol saperne di matrimonio.
— Non vuole? Lo ha detto a te? — chiese Arrigo, turbato.
— Lo ha detto a suo padre, e mi pare che basti. —
Il giovane non fece parola; ma il suo aspetto disse chiaramente allo zio che egli era stato profondamente colpito.
Cesare Gonzaga, chiamato a dire la sua opinione in una disputa amichevole tra il senatore Manfredi e parecchi colleghi, si allontanò dal nipote, che rimase solo, taciturno e smarrito nel salotto, come un povero forastiero in un paese di cui non sappia la lingua e dove non conosca un'anima.
Quanto rimase là solo? Un bel pezzo, di certo, e senza avere il coraggio di accostarsi al crocchio delle signore. Da principio lo tenevano lontano le guardate feroci di Giovanna; allora, poi, sentiva vergogna di presentarsi a Gabriella Manfredi, alla fanciulla che lo avea rifiutato lì per lì, senza dubitare un istante. Povero amor proprio! In esso ci tocca di soffrire, quando non vive in noi altro sentimento più degno. Arrigo Valenti avrebbe voluto essere mille miglia lontano; ma non c'era verso di muoversi da quella sala, dove tutti erano seduti a crocchi, e dove il timore che la sua partenza fosse troppo notata, lo teneva inchiodato. E tutti, vicini e lontani, parevano aver gli occhi su lui. Si accostò allora ad una tavola, prese un giornale illustrato, e fece le viste di leggere. Aveva finalmente trovato un atteggiamento; non faceva più la figura dell'uomo impacciato, abbandonato, sfuggito da tutti, che è tanto ridicola in mezzo alla gente, a quella gente tutta composta di prossimo nostro, e perciò così pronta ad avvedersi delle nostre angustie e a farne argomento di beffe. Là ritto alla sponda della tavola, col suo giornale tra mani, un giornale su cui teneva gli occhi e non vedeva una sillaba, udiva dietro di sè le voci dei cavalieri e le risa della contessa di Castelbianco, risa frequenti ed alte, ma troppo asciutte, e certamente poco sincere. Comunque fossero, beata lei, che poteva ridere ancora! Quella ilarità continuata, che a volte tradiva lo sforzo, era sempre una gran cosa, al confronto di quella confusione che teneva lui in disparte, solitario, con un giornale in mano, come un uomo che fosse andato in società non per altro che per vedersi lasciato in un angolo.
La contessa chiacchierava e rideva, ma nel fatto soffriva moltissimo. Ad un certo punto non resse più, e parlò improvvisamente di andarsene. Erano le dieci, e la sua carrozza doveva essere davanti al portone in attesa. Quante volte, e con la pioggia fitta, la carrozza non era rimasta là sotto, ad aspettare la signora, che non avrebbe mai detto di muoversi! Ma quella volta non voleva farla aspettare neanche un minuto. Il conte Guidi, che l'aveva accompagnata all'arrivo, si offerse gentilmente per accompagnarla alla partenza.
— No, grazie, conte, rimanete; non voglio che nessuno si scomodi per me. Fate chiedere piuttosto se la carrozza è giunta. Il mio domestico sarà già in anticamera. —