— Bada; è carattere di donna.
— Appunto per questo. Ho già ricevuto lettere, da questa mano, molto tempo fa. E dopo che non ne ho più ricevute io, ne avrà ricevute un altro. Ah, ecco! — esclamò Arrigo, che aveva finalmente trovata la via. — Ma in verità, sarebbe una cosa orribile. Lui?
— Chi? — disse il Gonzaga. — In nome di Dio, chi sospetti che sia?
— Orazio; — mormorò il Valenti. — Ma la ragione di far ciò? Io non la vedo. Un amico!...
— Al quale hai ricusato ieri cinquemila lire, in un momento difficile.
— Non gliele hai imprestate tu, zio? e senza ricevuta?
— Non è la stessa cosa, — disse il Gonzaga. — Ad ogni modo, se il tiro viene da lui, il signor Ceprani è un tristo soggetto.
— Io non l'ho mai avuto per uno stinco di santo; — ripigliò Arrigo Valenti. — L'ho sempre speso per quel che valeva, e niente di più. Ma lasciamo stare il Ceprani. Tu restituirai ora la tua stima a quel povero Guidi?
— Non vedo la necessità di correr tanto; quantunque veda quella di ritornare di là, in mezzo alla gente. Guardalo laggiù, sempre appiccicato alla spalliera del sofà dove siede Gabriella. Dio, quante smancerie! E tu seguiti a far l'astratto, mentre egli ti voga sul remo.
— Eh, caro mio, — disse il giovane, mentre seguiva lo zio nella sala grande, da cui si erano allontanati, — non trovo da fare di meglio, in questo momento, e penso di riposare tra due guanciali, fidandomi in te. Lo sai, il proverbio? Fortuna e dormi. E si può dormire, quando la fortuna sei tu.