— Che hai, zio? — diss'egli, vedendo il Gonzaga con le ciglia aggrondate.

— Ho... ho, che tu potevi rimanere accanto a Gabriella. Il contino non aspettava che la tua fuga, per occupare il tuo posto.

— Dovevo forse rimanere? Con quell'altra, che mi fa gli occhiacci!...

— Che vuoi, che ti divori? Ah, benedetto ragazzo! Tu commetti gli errori, e non sai riscattarli con un po' di coraggio. Eccolo laggiù, il contino, che fa il trovatore davanti alle belle! Sento una gran voglia di schiaffeggiarlo.

— E perchè?

— Un'altra lettera anonima, capisci? E questa, poi, l'ha ricevuta il senatore Manfredi.

— E tu sospetti di lui? — disse Arrigo. — Sei ben sicuro di non fargli torto, e di non essere tanto più ingiusto verso di lui, dopo che egli ha incaricato i suoi padrini di farti delle scuse?

— Si possono far delle scuse per debolezza d'animo, come hai creduto tu questa mane, o per non guastarsi con qualche persona troppo amica dell'avversario, come ho creduto io; — rispose il Gonzaga. — E in un caso e nell'altro, si possono affidare le proprie vendette ad armi come queste. Eccoti una delle lettere, che oggi sono state scritte; è quella che fu mandata al conte Pompeo. Non ti par naturale di applicarle la massima romana: “is fecit cui prodest?„

Arrigo diede una scorsa alla lettera, e fremette; poi osservò attentamente la mano di scritto.

— Questo carattere non mi giunge nuovo; — diss'egli.