— Davvero? — diss'egli, fissando Gabriella negli occhi, come se temesse di aver male udito e cercasse in quegli occhi la conferma delle parole. — E quest'uomo, lo avevate già immaginato... coi capegli bianchi?

— Bianchi, no, ma un po' grigi, lo confesso; — rispose Gabriella. — Son grigi i capegli dell'uomo che ha pensato molto, e molto operato. Vedevo quei capegli grigi; vedevo la fronte alta, il labbro dolce e lo sguardo sereno; vedevo l'uomo pronto ad infiammarsi per ogni idea generosa, e gli esempi tutti della sua vita conformi a quella nobiltà di pensiero. Le aspirazioni son belle, — soggiunse la giovine filosofessa, — ma senza gli esempi, senza le prove, non valgono. Li conosciamo anche noi, povere osservatrici, i bei parlatori, gli apostoli del sentimento, i paladini dell'eroismo in parole, e non ci piacciono punto punto. Io amo soltanto chi ha sentito, combattuto e sofferto, chi nelle prove dolorose della vita non ha logorato il cuore, chi negli occhi limpidi mostra l'anima sua, giovane sempre, perchè eternamente buona. —

Cesare Gonzaga ascoltava, meditando ogni parola, vedendo la sua triste vita riflessa in quelle frasi, che la compendiavano, indovinandola quasi con tanto intelletto d'amore. E guardava, ascoltando, e sorrideva, e sentiva dentro di sè qualche cosa d'insolito, come un antico e pur mo' rinnovato desiderio di piangere.

— Ero bambina inesperta, — riprese Gabriella, — e già si diceva davanti a me che voi eravate un uomo singolare, valoroso in campo, mite e modesto negli usi della vita quotidiana, amico sincero, infine, e, per farvi il ritratto in due parole, un'anima eletta. Si aggiungeva che voi avevate compiuto un atto eroico, partendo dall'Italia, sacrificando il presente e il futuro, rinunziando alle più care speranze, alle più giuste ambizioni. La vostra medesima lontananza, anche quando tante voci possenti vi richiamavano in patria, dimostrava la grandezza del vostro sacrifizio. E s'intenerivano, signor Cesare, parlando di voi. Se li aveste uditi! Io ero una bambina, capivo poco, ma sentivo molto; ascoltavo e pensavo.

— Vi prego... — disse Cesare Gonzaga, con voce soffocata da una violenta emozione. — Non parlate dei morti.

— Perchè? Parliamone, se il loro ricordo fa bene allo spirito. Le mie parole, io spero, non vi torneranno neanche spiacevoli, se è vero che mi amate un pochino. Inoltre, noi donne, — soggiunse ella, accompagnando la frase con un arguto sorriso, — siamo state sempre adulate, e finiamo con credere a ciò che si è detto di noi, ed anche stampato. Siamo le consolatrici; la nostra amicizia è premio al valore e conforto alla sventura. Hanno aggiunto che un uomo buono non è completo, senza una donna buona. Signor Cesare, io non volevo dirvelo, incominciando. Ma voi, vedendomi ricusare ciò che mi offrite, potevate credere che io fossi un'ingrata, una cattiva, e che pensassi ad altri. Ieri avete anche avuto quistione con qualcheduno, e forse, anzi certamente, per me. Non dite di no, perchè sarebbe una bugia, indegna di voi. Orbene, io ora vi parlo a cuore aperto, come meritate, e senza arrossire. Mi faccio coraggio, vedete? Vi guardo in viso, e vi dico: io vorrei essere quella donna buona. Ho quasi vent'anni, già; non ho amato che mio padre, mia madre e voi. Volete? Nessuna donna... — e qui la fanciulla abbassò la fronte, sentendo le fiamme del rossore che aveva sperato di reprimere; — nessuna donna avrà mai detto ad un uomo ciò che io dico a voi in questo momento... che è solenne per me.

— Impossibile! — mormorò Cesare Gonzaga.

— Impossibile! E perchè?

— Perchè... vedete Gabriella... vostra madre... io... —

E così dicendo a parole interrotte, Cesare Gonzaga diede in uno scoppio di pianto.