— Zio, — diss'egli, — che cosa avrai pensato di me, che ho fatto tanto a fidanza col tuo buon cuore? Senza esser neanche conosciuto da te, ho ardito pregarti....
— Che! che! — interruppe il Gonzaga. — Era naturale. C'era forse bisogno di conoscerti, per accorrere alla tua chiamata? Infine, eccomi qua.
— Era di Cesare il venire, come il vedere ed il vincere; — osservò modestamente Orazio Ceprani.
Arrigo ricordò allora il suo debito di padrone di casa.
— Permetti, — incominciò, — che io ti presenti il nostro Orazio Ceprani, uomo di borsa, e di cappa e di spada, poichè è sopratutto un compitissimo cavaliere.
— Ah, ci conosciamo da mezz'ora; — rispose il Gonzaga. — Ed io l'ho già per amico, perchè egli mi ha detto un gran bene di te, mentre stavamo aspettandoti.
— Perdonami, zio! Avevo un colloquio d'affari.... Non ti aspettavo, con la corsa del mattino. Ier sera non eri giunto....
— Che vuoi? Appena ricevuta la tua lettera avrei fatto le valigie; — rispose il Gonzaga. — Ma avevo anche un mondo di piccole faccende da sbrigare laggiù. Speravo, veramente, di averti alle Carpinete; ma già, con quel freddo!
— Oh, zio, il freddo mi avrebbe dato poca noia. Pensa piuttosto che mi era impossibile di muovermi.
— Te lo credo, ora; ma laggiù, vedi, mi pareva che tu avresti dovuto correre. Basta, non ne parliamo più a lungo. Ho fatto il miracolo di Maometto. La montagna non volle venire a me; io venni alla montagna.