— Come si fa? — disse Arrigo, sospirando. — Tu eri anche il più libero dei due. Per ciò sei venuto.... e perciò rimarrai.

— Non correr tanto! Vedremo, penseremo. Tu per ora fa i fatti tuoi. Avrai forse da parlare col signor Ceprani. —

Il Ceprani, tirato in mezzo, cominciò con accento perplesso:

— Sì, ero venuto da te. Arrigo.... Ma ora che c'è tuo zio....

— Non badi a me; — interruppe il vecchio. — Io mi ritiro in buon ordine. —

Orazio Ceprani era lì per lasciarlo andare; ma tosto cambiò di proposito. Per quello che aveva da dire e da ottenere, la presenza di un terzo non doveva guastare; che anzi!

— No, finalmente, perchè? — diss'egli, trattenendo il Gonzaga col gesto. — Con lei si può parlare. Arrigo, — proseguì, rivolgendosi all'amico, — ero venuto a chiederti un servizio. Oggi dovrei ritirare quelle duecento Ausonie....

— E ci perdi ottomila lire; — notò Arrigo Valenti. — Te lo avevo pur detto!

— Che vuoi? Promettevano così bene! Il Governo doveva assumere egli, da un momento all'altro... Insomma, che farci? Tu hai veduto più lontano e più giusto di me. Io m'inchino, e ti chieggo cinquemila lire in prestito, per completare le mie differenze di questo mese.

— Ah! mi duole davvero! — esclamò Arrigo, levando i suoi begli occhi al cielo. — Mi duole nel profondo dell'anima. Oggi è un cattivo giorno, per gli affari. Non ne ho. —