— Che cosa vuol dire?
— Vuol dire moltissimo, zio. Anzi, vedi, ti prego di non incocciarti nella tua democrazia, che fa a pugni col tuo casato. Qui il disprezzo dei titoli non è di moda. Chi ne ha uno lo inalbera; chi non l'ha lo inventa. I titoli nobiliari son tutto, perfino negli affari, ove non dovrebbero aver valore che quelli di banca. Non si fa un consiglio d'amministrazione di miniere, di strade ferrate, di vapori e via discorrendo, che non ci mettano una mezza dozzina di corone. Non fanno nulla; ne ho sentiti io che dicevano cose... dell'altro mondo; ma non importa, ci stanno bene, decorano. Ed anche nelle livree, senti, una corona non guasta.
— Che follìe! — esclamò il Gonzaga.
— Follìe! — Lo dici tu, che ritorni dall'India. Ma il nostro mondo occidentale è fatto così; prendiamolo com'è. —
Il vecchio Gonzaga stette alquanto sopra di sè; poi disse, con accento malinconico:
— Arrigo, Arrigo, sei tu che parli così? La nobiltà del sentire e dell'operare, quella è la vera. Anch'io amo i bei nomi.... quando sono portati bene da non degeneri nipoti. Ma poi, vedi, la penso come Isocrate. Ti parrà strano che io venga dall'India per citarti Isocrate; ma non ti stupire, è un ricordo di scuola. Per Isocrate, adunque, la nobiltà risiedendo tutta nel capostipite e derivando da lui, valeva meglio che l'uomo fosse egli capostipite della propria. Chi erano gli antenati di Pipino d'Heristal? Se ne conosce uno, uomo dappoco, e solo da Pipino d'Heristal incomincia il lustro dalla casata. Aggiungi a questo Pipino la gloria di altri due nomi, Carlo Martello e Carlo Magno, perchè io ti ho voluto citare l'esempio più favorevole alla tua tesi; e che cosa vien poi? che cosa rimane della stirpe nobilissima? Un branco di sciocchi. Dunque, ragazzo mio, non ci vantiamo tanto di una nobiltà che non è discesa “per li rami„ e cerchiamo invece di fabbricarcene una, che sia ben nostra, e frutto di azioni virtuose. —
Arrigo Valenti non la intendeva così.
— Parole! — mormorò egli. — Ma nel fatto....
— Orvia, non voglio sentir altro! — gridò Cesare Gonzaga, che incominciava a perdere la pazienza. — Vedi, Arrigo, se tu non amassi, la qual cosa mi riconcilia un pochino con te, ti crederei diventato cattivo.
— Amo, sì! — disse il giovane, — e appunto perciò ti ho pregato di venire a Roma.