— Il signor Arrigo Valenti.
— Il cavaliere, — ripigliò il servitore, battendo sul titolo, — non riceve ancora.
— Ah, mi rincresce. Sono arrivato stamane col treno delle sette, e credevo....
— Se il signore vuol lasciar detto il suo nome....
— Volentieri; ecco qua. —
Così dicendo, il signore dai baffi grigi aveva cavato di tasca il portafogli, per prendere un biglietto di visita. Ma ci aveva troppi biglietti di banca: e quelli di visita, o erano affogati nel mucchio dei loro più degni fratelli, o erano stati dimenticati a casa.
— Bene! — esclamò il signore, facendo un atto di rassegnazione, dopo due o tre d'impazienza. — Non ne trovo. Dite al vostro padrone che è passato a cercarlo Cesare Gonzaga. —
Il servitore sgranò tanto d'occhi, a mala pena ebbe udito quel nome, e s'inchinò per modo da far credere che volesse piegarsi in due.
— Perdoni, Eccellenza!... Si dia la pena d'entrare! —
Il signore sorrise sotto i baffi grigi ed entrò. Quell'altro, richiuso prontamente l'uscio, corse a sollevare il lembo di una portiera in fondo all'anticamera.