— Sei amato?
— Credo.
— Ma bravo! E navighi così, tra questa e quella, tra la riva e gli scogli?
— Credi, buon zio, che sono assai più vicino alla riva.
— Ehm! — rispose il Gonzaga. — Se debbo giudicarne da poco fa, tu rasenti ancora troppo gli scogli. —
Arrigo diede in uno scoppio di risa. Passato il pericolo, anche un marinaio può ridere così.
— Caro zio! — esclamò egli, abbracciando il vecchio cortese. — Sei giovane, tu, pieno di fuoco. Ci scommetto che a te piacerebbe più lo scoglio, anche a rischio di dare in secco.
— In secco, no! — rispose lo zio Cesare. — Ma via, non mi far parlare... come il tuo conte di Castelbianco. —
Ridevano le due età, così lontane l'una dall'altra, che la voce del sangue aveva ravvicinate. Arrigo Valenti intravvedeva la vittoria e già gli pareva di metterle la mano nei capegli. Cesare Gonzaga era in fondo un po' triste, perchè aveva trovato il suo nipote troppo savio, troppo calcolatore, forse per eredità di esempi paterni; ma infine, ci aveva trovato anche qualche sentimento gentile, soave eredità di sua madre, che gli affari di banca e le vanità sociali non avevano intieramente soffocato. Del resto, egli era venuto, e con la sua autorità di zio sperava di richiamarlo sul retto sentiero. Arrigo, a buon conto, era ancor giovane, e amava la figliuola di Andrea Manfredi, del suo amico, del suo compagno di studi, del suo fratello d'armi, del suo....
Ma un'altra scampanellata all'uscio di casa interruppe la conversazione dei due personaggi, ed è giusto che interrompa anche il periodo al narratore.