Ritornava il signor Orazio Ceprani, uomo di borsa, e di cappa e di spada, cavaliere compitissimo e disgraziato per giunta. In un'ora aveva dato sesto alle cose sue, e giungeva trafelato, quantunque fosse andato e tornato in carrozza.

— Sono allegri! — diss'egli, entrando nello studio e trovando zio e nipote ancora in atto di ridere.

— Ma sì; — rispose Arrigo. — E tu, Orazio, hai una cera da funerale. —

Orazio Ceprani tentennò malinconicamente la testa.

— Eh, credi, caro mio, — rispose egli, — che ottantamila lire non sono come un mucchio di soldi nella scodella di un cieco. Che liquidazione si prepara! Anche tu, scusami, non hai mica da stare allegro!

— Perchè? — chiese Arrigo, chiudendo gli occhi a mezzo e allungando le labbra, con quell'aria di cortese ironia che abbiamo già veduto, al suo primo apparire nello studio.

— Perchè il Verni è fuggito, a quanto dicono, e credo ti levi di tasca un ventimila lire.

— Una bella somma! — notò Cesare Gonzaga. — Una povera famiglia ci camperebbe dieci anni.

— Pazienza! — rispose Arrigo, sorridendo ancora, sorridendo sempre. — Il Verni, per tua norma, io lo avevo già calcolato tra i dubbi. Caro mio, non ci ha da esser niente di impreveduto nella vita di un uomo. Si studiano dapprima tutte le probabilità, favorevoli e contrarie, e poi si giuoca la posta. Così, vedi, Orazio, questa perdita io l'avevo preveduta. Ho venduto a lui, sapendo in anticipazione di perdere, per non aver l'aria di un taccagno. Il Verni frequentava la migliore società. Ora, ecco un uomo in mare. Me ne duole per lui; quanto alla perdita.... —

In quel momento Happy era comparso sull'uscio per dire: