VI.

L'imperatrice sorrise e andò incontro alle nuove venute. Ce n'erano parecchie, le quali entravano tutte insieme, facendo dire al conte Pompeo che le belle donne, fedeli al costume della pianta di questo nome, anche in casa Morati fiorivano a grappoli. La Savelli, la Carini, la Santoro, la Franchi dal Melle, stupende creature, ognuna delle quali rappresentava un diverso tipo di bellezza, si vedevano nel mazzo, e, venuta forse con esse per ragione di contrasto, non mancava la Gleisenthal. Facevano contorno (e forse sarebbe inutile il dirlo) otto o dieci cavalieri, via via seguiti, quasi incalzati, da uno sciame di eleganti compagni e rivali.

Son questi, non lo ignorate, i miracoli dell'orario, a cui deve sempre corrispondere un orologio ben regolato. Io ho conosciuto dei gentiluomini, i quali, per giungere in punto, nè un minuto prima, nè un minuto dopo, ad un geniale ritrovo, si adattavano a far sosta nei portoni delle case in cui erano invitati. Il bel mondo ha le sue leggi, e riesce a farle rispettare, senz'altra sanzione, fuor quella del ridicolo, che si rovescia sul capo ai miseri trasgressori. Si contraffà spesso e volentieri alle leggi dello Stato, e s'incorre nella multa, e si va anche in prigione; ma non c'è caso che con animo deliberato si venga meno alle leggi del mondo elegante. Passare per ignoranti in materia di consuetudini! Oh no; troppo grave è la pena.

In un quarto d'ora, sempre con l'orologio alla mano, le sale di casa Morati erano piene di gente. Piene, intendiamoci, non già stipate per modo da impedire il movimento dei gomiti. Questi pigia pigia si lasciano volentieri ai balli prefettizi e di Corte, dove bisogna invitare tutto il mondo ufficiale e titolato, senza pregiudizio di quei sollecitatori di biglietti d'invito, che non appartengono a nessuna classe particolarmente indicata. Un anfitrione privato deve cansare sopra tutto il guaio di una calca soverchia, anche a risico di lasciar fuori qualche dozzina di amici. Ne ha sempre tanti, colui che dà pasticcini da mangiare, Pommard, Montrachet, Haut-Brion e Château-Lafite da bere! Socrate, per verità, alloggiato in una casa ristretta, non si stimava mai tanto felice, come quando poteva riempirla d'amici. Ma Socrate era male ispirato, e la signora Santippe non partecipava al suo modo di vedere; anzi è da credere che fosse questa una delle ragioni per cui quel matrimonio celebre dell'antichità non riuscì troppo felice. L'altra ragione si sa, è stata la filosofia. Un marito filosofo, bontà divina! e che aspetta il suo sessantottesimo anno a ber la cicuta!...

Il conte di Castelbianco, che non era un filosofo, andava aliando di fiore in fiore con una leggerezza giovanile, che era natura in lui e che doveva accompagnarlo alla tomba. La Franchi dal Melle, ultimo fiore a cui era venuto a ronzare dattorno, lo aveva lodato della sua presenza così sollecita in casa, che non era, come sappiamo, nelle sue consuetudini.

— E non lo indovinate, baronessa, il perchè? — disse il conte Pompeo, piegandosi sulla vita e presentando la faccia in tre quarti. — Il cuore mi diceva che questa sera voi sareste venuta delle prime, ed ho voluto trovarmi subito al mio posto, per farvi una corte spietata.

— Zitto! — esclamò la baronessa. — Giovanna è vicina, e guai a me, se vi sente!

— Eh via! Peggio sarebbe se mi sentisse il cavalier Giorgetti, che vedo là in sentinella, come sempre. Il poveretto non ha occhi che per voi, e prevedo che a furia di guardare il sole, sarà ben presto costretto a usare le lenti turchine. —

Il colpo era forte e coglieva in pieno; ma la baronessa non ne fu sconcertata.

— Come v'ingannate! — diss'ella, dando in una sonora risata. — Quel povero cavaliere è un amico modesto e prezioso, che mi accompagna regolarmente, e non parla. Se parlasse....