— Il ritratto non è abbellito, davvero; — osservò la contessa, sorridendo, — ma nel complesso è abbastanza rassomigliante. Il conte Guidi, per altro, non è così.
— Eh, non saprei; — disse Gabriella. — Lo studio.
— Tu, bambina?
— Io, sì; ti pare orgogliosa, la risposta? ma che cosa possiamo far noi, obbligate a parlar poco e ad ascoltar molto, se non studiare un pochino chi ci parla? Il conte Guidi mi pare uno dei migliori, qualche volta, e qualche altra non me lo pare. Che ne so io? È un cavaliere tenebroso.
— Ti amerà, forse, e non ardirà parlare troppo chiaramente. Sai che non è ricco?
— Oh, questo vorrebbe dir poco; non amo i ricchi.
— Perchè lo sei tu, birichina?
— No, sai, non ci penso neanche; e se ci penso... Vedi, Giovanna, — e così dicendo la fanciulla si strinse al fianco della contessa, come per parlarle all'orecchio, — ci sono dei momenti che, se non fosse per il babbo, vorrei essere... la mia cameriera. Lei almeno è felice; ama tanto sua madre, l'aiuta, e non ha altri pensieri. Se un uomo le dirà di volerle bene, non glielo dirà mica per la sua dote. La poverina non ha che la sua bellezza e il suo buon cuore; ma ci avrà la consolazione di non essere amata per altro.
— Cara! — esclamò la contessa, baciando sui capegli la sua giovane amica. — Ti passeranno, queste idee bizzarre, ti passeranno! Poichè tu studi la vita, la vedrai tutta meno bella, e ti piacerà di essere nata ricca, in una culla d'oro, come ha detto l'Aleardi. È già una bella difesa, esser ricca! Ma ecco, bambina mia, incominciano ad arrivare i nostri amici; ripigliamo la dignità del nostro ufficio.
— Io ti guardo ed imparo; — disse Gabriella. — Tu ricevi come un'imperatrice. —