— Avanti, avanti! — ebbe l'aria di dirgli col gesto il Gonzaga.
— Sì, queste, — continuò il Guidi, — e le altre che si combattono, come diceva lei, per una nobile causa, e giusta, aggiungo io, son quelle che fruttano il premio.
— Correggo quel “giusta„; — rispose il Gonzaga. — Non s'intendono cause nobili, se non sono intimamente giuste. La nobiltà è la bellezza estrinseca della giustizia. Ma chi le dice che le cause per cui io posso aver combattuto non fossero giuste? —
Così dicendo, il Gonzaga aveva l'aria di soggiungere dentro di sè: — Ci sei, bel figurino, non mi scappi più.
— Ma... — replicò il Guidi, oramai trascinato a tutta corsa, come un povero cavaliere staffato. — Perchè in India, dov'ella è stata trent'anni, come ho sentito dire, non erano che guerre d'aggressione e di spogliazione.
— Che ne sa lei? Dato il fatto delle razze sovrapposte dopo la conquista maomettana, potevano anche esser guerre per la liberazione degli oppressi.
— Sì, che facevano guerre d'imboscate, guerre di coltelli!...
— E anche di lame più lunghe, signor conte; — ribattè il Gonzaga, avanzandosi verso il suo interlocutore e fissandolo negli occhi, mentre con l'accento pacato, quasi dolce, pareva volesse dire la cosa più naturale del mondo. — Potrei fargliene conoscere la misura... poichè ne ho portata una bella e interessantissima collezione con me.
— Vedrò volentieri; — rispose, sorridendo a denti stretti, quell'altro.
Queste cose erano state dette rapidamente, a mezza voce, col sorriso sulle labbra. Gli stessi vicini, a cui era parso che i due interlocutori si dovessero riscaldare fino a staccare i bollori, videro con piacere che la quistione finiva in una risata. La contessa Giovanna, rimasta lontana dal crocchio degli uomini, in compagnia di Gabriella e delle altre dame che si erano riaccostate a lei, alzò la voce per dire: