— Ma, signori, parlino almeno più alto, che noi lontane possiamo udire e giudicare, come le dame degli antichi tornei. —
I cavalieri si tirarono da banda, per allargare il cerchio: e Cesare Gonzaga rispose:
— Bella dama, non eravamo ancora in giostra. Il signor conte Guidi mi chiedeva notizie dell'India e delle guerre di laggiù. Che guerre, contessa! Da un lato la conquista, ma con la civiltà; dall'altra il diritto, ossia una specie di diritto acquisito, ma con la barbarie per giunta. Quistioni complesse, e perciò guerre brutte; — conchiuse il Gonzaga, — ma come son brutte tante altre guerre in Europa, che il signor conte Guidi ha ben definite, guerre di rancori e di vanità. Belle, quantunque infelici, le nostre, mio caro Andrea, quando combattevamo, l'uno a fianco dell'altro, per il diritto dell'Italia e di Roma! La fortuna non ci sorrise; nemici stranieri e nemici domestici congiurati strinsero ancora una volta le catene ai polsi della patria, e noi, rincorsi come fiere, abbiamo dovuto disperderci sulla faccia della terra. Onore a chi ci ha vendicati, risollevando il nostro vessillo; onore a chi sostiene il diritto e la maestà della patria risorta! Anche noi, se non sarà troppo tardi, anche noi, quando la bellica tromba... la rammenti, Andrea, la bellica tromba cantata da Gabriele Rossetti?... Anche noi, quando la bellica tromba chiamasse un'altra volta alle armi i figli d'Italia, proveremmo un gusto matto a rifarci la mano, a rivivere un'ora di gioventù!...
— Il tempo di questi sacrifizi è passato; — sentenziò Arrigo Valenti. — Paghiamo già tanto, per le nostre difese! Duecento venticinque milioni, e qualche cosa di più, ci assorbe ogni anno il bilancio della guerra; cinquanta, o poco meno, il bilancio della marina.
— Finiscila, computista! — disse il Gonzaga, prendendo a braccetto il nipote e tirandolo fuori, con atto di paterna autorità.
E sottovoce, aggiunse, poichè si fu allontanato dal crocchio:
— Le tue cifre ti guasteranno con Gabriella. Pensa piuttosto a farmi da padrino.
— Oh, diamine! — disse Arrigo, fissando gli occhi nel volto dello zio. — Dici da senno?
— Sicuro; o lui manda a me, o io mando a lui. Signor Ceprani, — soggiunse, vedendo quell'altro, che si accostava, — vorreste servirmi in una faccenda che vi dirà mio nipote?
— Marchese, son cosa vostra, da ieri mattina.