Cesare Gonzaga, dopo aver messe in ordine tutte le cose sue nel nuovo domicilio, si pose a tavolino per scrivere una lettera al suo fattore. Capiva che avrebbe dovuto fermarsi a Roma più giorni che non fosse a tutta prima risoluto di restare, e provvedeva con le sue istruzioni a parecchi lavori che aveva lasciati sospesi. Quanto al duello, non ci pensava neppure. La cattiva azione (perchè infatti la credeva tale) gli aveva dato da principio un pochino di noia: ma oramai s'era imbarcato e non guardava più a terra. Il fatto, poi, considerato nella sua sostanza, non aveva nulla di piacevole nè di dispiacevole per un vecchio soldato come lui; diremo anzi che egli lo metteva in quel certo numero di cose sciocche o bestiali, che gli uomini di buon senso fanno qualche volta per conformarsi alle usanze del mondo, ed anche semplicemente per mo' di esperienza, comme étude. Egli aveva conosciuto anni prima un vecchio e strano olandese, che, sotto la coperta di questa frase burlesca, faceva passare ogni maniera di pazzie. Comme étude!
Ora, mentre egli stava chiudendo la lettera, venne Happy, in punta di piedi e con aria misteriosa, a dargli un annunzio.
— Illustrissimo, sente? Hanno bussato.... di là.
— Ebbene? E tu apri.
— Scusi; il cavaliere non c'è; favorisca di andar lei. Da quella parte, a certe ore del giorno, io non ardisco.
— Caspita! Sei discreto. Sarà poi qualche mendicante... magari uno spazzaturaio.
— Tutte persone che conoscono la scala, e a quell'uscio non bussano più da un pezzo; — rispose il furbo servitore.
— Ho capito; — borbottò Cesare Gonzaga, — sarà il personaggio delle conferenze. Va pure per i fatti tuoi; aprirò io. —
E andò, aperse l'uscio, e si vide davanti la contessa Giovanna.
Ella era tanto turbata, che non badò punto a ciò che quell'uomo avrebbe potuto pensare di lei, nè al bisogno di giustificare con un pretesto la sua presenza colà. Infine, se anco ci avesse pensato, non era egli lo zio di Arrigo, ed anche e soprattutto un uomo d'onore?