Quando il signor Cesare Gonzaga escì dalla camera, Arrigo, seguito dal Ceprani, stava per entrare nella sala vicina, non badando alle occhiate di Happy, che voleva trattenerlo. Il Gonzaga giunse in tempo per costringerlo a ritornare indietro, impedendogli di sentire il rumore che nelle stanze attigue faceva madame Duplessis, con le sue scatole e casse di mercanzia.
Orazio Ceprani diede una lunga occhiata di curiosità a quella parte del quartiere di Arrigo, nella quale non era mai penetrato, ma ritornò anch'egli indietro, precedendo il Gonzaga, che faceva per allora da padrone di casa, e voleva ad ogni costo esser l'ultimo.
Come fu nella stanza vicina, che era la sala da pranzo, il vecchio soldato diede una rifiatata di contentezza.
— Dunque, zio, eccoci qua; — disse Arrigo. — Torniamo ora dalla nostra missione.
— Scusami, ora ne parleremo; — rispose il Gonzaga. — Ho dimenticato una lettera incominciata.
— Lasciala pure; Happy è un uomo scrupolosissimo.
— Sì, ma le lettere non suggellate debbono ad ogni modo essere chiuse. Vado e torno. —
Ed escì, ma non per andare a chiudere la lettera, bensì per aver modo di ritornare indietro, e chiuder l'uscio di comunicazione, senza aver l'aria di usar precauzioni davanti ad un terzo.
— Vedi che uomo è mio zio! — disse Arrigo al Ceprani. — Ha una quistione d'onore, non sa ancora che cosa gli abbiamo combinato, e, scambio di domandarci notizie, va a chiudere una lettera dimenticata sul tavolino.
— Tuo zio opera da uomo prudente; — rispose il Ceprani, che non immaginava neanche lui di parlar così giusto.