— Lo credo: oh, se lo credo! — esclamò il Castelbianco. — Gabriella diventerà una stupenda signora. Peccato, non aver dieci anni di meno, per farle una corte spietata!

— Ah, ecco, — disse ridendo il Gonzaga. — Ritorna in scena il Don Giovanni, col suo quinto Evangelio?

— Scusi, Gonzaga, è la natura che ripiglia il sopravvento. Son fatto così, e porterò il mio difetto alla tomba. Ma sa che ella mi confonde, con le sue belle notizie? E da quando il nostro bel cavaliere ha incominciato a perdere la pace del cuore?

— Che ne so io? — disse il Gonzaga. — Per passare dall'ammirazione all'amore, e da questo a una risoluzione matrimoniale, ci sarà pur voluto il suo tempo. Se mi ha chiamato dieci giorni fa, mettiamo pure che da quaranta ha lo spirito afflitto. Quaranta giorni, come a dire una quaresima!

— Gli auguro buona Pasqua; — rispose il conte Pompeo. — Fortunato briccone! Ma badi, Gonzaga mio, badi bene! Ora capisco una cosa.

— Ahi! — pensò Cesare Gonzaga. — Questo qui mi capisce troppe cose, quest'oggi!

— Sì, veda, pensando alla lettera anonima...

— Che ella mi regalerà per la mia collezione.

— Oh volentieri! Eccola. Pensando dunque alla lettera anonima, mi viene in mente che sia da vederci la mano di un nemico di Arrigo.

— Eh, lo avevo pensato ancor io.