— Creda a me, — incominciò, fingendo una calma che non aveva nel cuore, — non si fermi in queste idee, che, mandate ad effetto, potrebbero nuocere alla riputazione della donna rispettabile che porta il suo nome. Intanto, vuole una prova convincente, una prova solenne dell'errore in cui è caduto, per opera di un birbaccione, che sarà, se Dio vuole, anche un amico di casa? Ella è gentiluomo, Castelbianco. Ha avuto piena fiducia in me, ed io debbo averla in lei, confidandole un segreto, che ella custodirà gelosamente.

— Non dubiti! — disse il conte Pompeo. — Segreto per segreto.

— Orbene, vuol sapere perchè sono io a Roma? Perchè, stia bene a sentirmi, perchè Arrigo Valenti, mio nipote, ha il desiderio di sposare una bella e cara fanciulla: la signorina Manfredi. —

Per quella volta, davvero, Cesare Gonzaga sentì gemer l'uscio. E pensò dentro di sè, mentre batteva l'ultima sillaba del cognome:

— Ah diavolo, diavolo! Ora c'è madama Duplessis che sta a sentire i nostri discorsi. Benedette donne! —

E tossì, per coprire il rumore, tossì come un quaresimalista, quando ha finito l'esordio, con la proposizione del tema.

— Ah! — fece il conte Pompeo, che era tutto scosso dalla grande novità. — Ed io non me ne sono accorto! Ed egli non me ne ha mai fatto parola!

— Non era lei, perdoni, non era lei che potesse servirgli, in questa circostanza; ero io, suo unico parente, io, vecchio amico del senatore Manfredi. Ed io, pregato, scongiurato, sollecitato da parecchie sue lettere, ho dovuto lasciare il mio dolce èremo delle Carpinete, per venire in Roma, a far la domanda formale.

— Che cosa mi dice! Io casco dalle nuvole. E il nostro Arrigo è innamorato di Gabriella?

— Ne è perdutamente innamorato. E non ha torto, perbacco.