Era già tardi, e il marchese Galeotto non doveva indugiar molto a mettersi in cammino per alla volta di Noli. Dalla finestra della cameretta di Giacomo si udiva il suono di molte voci nella gran sala del castello.

Il Bardineto si strappò dalle braccia di Gilda, per discendere, come avea disegnato, alla presenza del suo signore. Voleva andare incontro agli eventi, sostenere lo sguardo di tutti, mostrarsi forte, seguire il marchese all'assalto di Noli e confermare in quella impresa il suo buon nome di animoso soldato; voleva insomma un mondo di cose, delle quali poco o nulla seppe intendere l'inesperta donna che tutto aveva dimenticato per lui.

La poveretta sentì in quella vece, al dolore della separazione, quanto ella già appartenesse a quell'uomo. Rimasta sola nella torre dell'Alfiere, pianse lungamente, s'inginocchiò, chiese a Dio perdono e soccorso, non senza pensare con raccapriccio ai suoi signori, così amati da prima, ed ora così molesti al ricordo.

Finalmente, poichè tutto ha un termine quaggiù, anche il dolore, ella si riebbe dal suo abbattimento e volle esser forte.

—Non mi ama egli?—chiese a sè stessa, rialzandosi e scuotendo la bruna testa, madida ancora dei baci di Giacomo Pico.—Non lo ha giurato? Non ha bevuto il mio sangue? Così gli bruci il cuore, se egli dovesse tradirmi. Ma io saprò difendere l'amor mio; lo ucciderò,—soggiunse, raccogliendo da terra il pugnale di Giacomo e nascondendolo in seno,—lo ucciderò con questo ferro, se penserà ancora a colei.

CAPITOLO X.

Nel quale si parrà l'accortezza del narratore, per annoiare il meno possibile i suoi benigni lettori.

Così nell'arte della guerra come nell'arte della scherma, botta vuole risposta e le finte non giovano più, se non a patto di precedere il colpo. Ora la risposta di messer Pietro Fregoso al tiro di messer Galeotto su Noli fu per l'appunto di stringere viemaggiormente l'assedio del Borgo. Condotto l'esercito più sotto le mura che non avesse fatto dapprima, il capitano genovese die' fiato a tutte le artiglierie del suo campo, e per dieciotto dì e per altrettante notti fu un trarre indiavolato di bombarde, falconi, ed altri consimili ordegni. Basti il dire che, in quello spazio di tempo, trecento novanta palle di bombarda furono gittate nella terra assediata, il che torna a una razione di forse ventidue sassi da cinquecento libbre ogni dì, senza mettere in conto le palle minori, cioè a dire quelle dei falconi, delle colubrine, cerbottane, ribadocchini, e via discorrendo.

Fu, come i lettori di leggieri argomentano, una grande rovina per le case del Borgo. Per contro, non n'ebbero molto strazio le vite. Morì una povera vecchia, còlta da uno di que' sassi in sua casa; morirono due altre donne, sorde e mute dalla nascita, le quali stavano lavando i loro pannilini nel torrente di Calice, alle spalle del Borgo, e non poterono udire l'avvertimento della campana posta sulla torre di Bichignollo. Era questa la torre più alta della città e vi stava di continuo un guardiano, con obbligo di dare un rintocco, ogni qual volta nel campo nemico gli venisse veduto il lampo d'una scarica. In tal guisa si custodivano gli abitanti della terra, e ad ogni avviso del guardiano correvano a riparo sotto il portone più vicino. Senonchè, questa guardia era efficace di giorno, che si potevano allora tener d'occhio le artiglierie nemiche e i loro mutamenti di luogo; laddove di notte il povero custode non ci avea mica gli occhi del gatto, e gli avveniva che la più parte dei colpi, per non aver egli veduto il lampo, fosse annunciata dal rombo, cioè, quando non c'era più tempo a cansarsi.

Un gran rischio lo corse una sera messer Barnaba Adorno. Sedeva egli a cena nel palazzo assegnato a lui e alla sua famiglia dalla ospitale liberalità del marchese Galeotto, allorquando la campana di Bichignollo diede un rintocco.