—Bene!—esclamò ridendo il giovine Paolo Adorno, nipote di Barnaba, in quella che stava per recarsi il bicchiere alle labbra.—Ecco una giuggiola per le frutte. A chi toccherà essa?—
Aveva egli a mala pena finito di parlare, che un frullo veloce si udì per l'aria e subito dopo un fortissimo schianto. La colonnetta di marmo che partiva la finestra si ruppe, mandando i frantumi e le scheggie per tutta la camera, e in men che non si dice piombò sulla tavola un regalo di Anselmo Campora, fracassando il vasellame e mandando ogni cosa sossopra.
Parecchi dei commensali balzarono in piedi dallo spavento, e taluno di essi con qualche ammaccatura per giunta.
—State, messeri, in nome di Dio!—gridò Barnaba Adorno.—La giuggiola di Paolo è toccata alla nostra mensa; ma altro di peggio non può fare oramai.—
—Raccattiamo almeno qualcosa!—disse Paolo, chinandosi a terra, dov'erano sparpagliati tra i cocci gli avanzi della cena interrotta.—Ecco giusto uno spicchio di pollo, che non me lo mandano più a male i Fregosi, che il malanno li colga!
—Amen, cominciando da Giano!—soggiunse lo zio.
E la cosa finì in ridere, senz'altro danno per la nobile brigata che quello di avere abbreviata la cena.
Intanto, più durava l'assedio, e più grande era il guasto, non solamente nel Borgo, ma eziandio nelle campagne circostanti. I soldati del Fregoso, segnatamente i non genovesi (che i genovesi furono sempre buoni massai, e la roba altrui, quando si studiavano di averla, trattavano già come fosse la loro) i soldati, dico, rompevano, tagliavano, mettevano in pezzi, davano lo spianto a ogni cosa. Se mastro Bernardo avesse potuto dare una sbirciata all'Altino, altro che botti sfondate! Avrebbe visto il suo pergolato in terra, gli anguillari divelti e il suo bel fico brigiotto, onore dell'orto, quel maestoso fico dond'egli spiccava ogni anno cinquecento dozzine di fichi prelibati, polputi e maiuscoli, pietosi a vedere per la buccia screpolata e per la lagrima all'occhio, quel nobilissimo fico andato in iscavezzoni, sotto i colpi bestiali d'una soldatesca, la quale non prevedeva di dover essere ancora in que' luoghi alla stagione dei frutti.
Poveri a noi! griderà qualche lettore spaventato; siamo a mala pena in febbraio e dobbiamo ingoiarci tutti gli altri mesi per infino a settembre? Sissignori; ma badate, gli è come a sorbire un uovo fresco; l'autore è discreto e va per le spiccie; sicchè, non temete ch'egli intenda abusare della vostra pazienza, come fece Catilina coi Romani, se dobbiam credere a quella lingua tabàna di Marco Tullio dal Cece.
Per venir difilati alla storia, si dirà che in quel mezzo fu di ritorno al Finaro il bel conte di Osasco. Aveva egli veduto in Asti il balìvo di Trasnay e conduceva al marchese Galeotto i nuovi soccorsi di Francia che erano dugento lancie, sotto il comando di sere Gaulois, e colla giunta di due maravigliosi cavalieri di ventura, Ludovico Masson e Gianni Fontaine, di soprannome l'Abate.