Seguirono per tutto l'autunno fazioni di poco rilievo; quella, tra l'altre, di Bonifazio Castagnola, che pigliò Calizzano e fe' dire alla gente che, non potendo il cavallo, s'era dato a picchiare la sella. L'esercito genovese, scemato di alcune compagnie mercenarie, s'era accresciuto di certe altre ed avea preso in condotta Gaspare di Monte Brianzo e il famoso Pietro Torello, capitano lombardo, con cento e cinquanta cavalli. Intanto si ciarlava di pace, ma così, fiaccamente, senza scaldarcisi il sangue. I genovesi dovevano restituir Castelfranco e mandar libero senza riscatto il marchese Giovanni, cogli altri prigionieri fatti a Giustenice. Quanto al marchese Galeotto, egli non ci aveva a rimettere un bruscolo.

Questo almeno credeva, e non era de' suoi errori il più grave; dovendosi avere per tale la speranza in lui nata e cresciuta che simili pratiche fossero fatte da senno. Ma egli s'era fondato sulla morte di Giano Fregoso, avvenuta in dicembre, dopo una malattia di tre mesi, e sulla elezione a doge del fratello di lui Ludovico, generalmente creduto meno avverso ai Carretti. Ora di che tempra fosse Ludovico Fregoso e che potesse Galeotto aspettarsene, sarà manifesto tra breve.

Torno intanto al Maso, che questi discorsi m'han fatto lasciare in compagnia di messer Antonello da Montefalco, mentre avrei dovuto già raccontare com'egli cambiasse di bel nuovo padrone, e questa volta senza molto suo gusto.

Ciò avvenne una mattina sullo scorcio di dicembre. Alcuni drappelli di finarini erano usciti dalla porta di San Biagio a foraggiare nella campagna di Pertica; dappoichè, non solamente difettavano le vettovaglie pei combattenti, ma eziandio la paglia e lo strame per quella moltitudine di cavalli che il marchese Galeotto aveva radunati nel Borgo.

Messere Antonello da Montefalco guidava egli stesso quella importante fazione. Epperò non ci mancava la persona del Maso, che si vedeva marciare di costa al cavallo del capitano, colla sua balestra manesca in ispalla.

Al Fregoso queste continue sortite degli assediati davano una molestia incredibile e direi quasi superiore alla loro importanza. In fondo in fondo, non recavano molto sollievo alla terra, che troppo aveva serrati addosso i nemici; senonchè, per questa medesima angustia del teatro della guerra, mettevano ogni volta a risico una parte dell'esercito assediante, che era su tutti i punti costretto ad una ugual vigilanza, e doveva, nella persona del suo comandante, viver sempre in sospetto.

Per quella volta Antonello da Montefalco trovò il nemico, non pur preparato a riceverlo, ma così forte da ributtarlo al primo scontro. E peggio fu, quando dal colle dell'Argentara messer Pietro Fregoso mandò una grossa mano di fanti, che pigliassero in mezzo la cavalcata nemica. Rotte le ordinanze, gli uomini del Montefalco non pensarono più ad altro che a mettersi in salvo; e tale era la confusione, che finarini e genovesi per lungo tratto mescolati si spingevano sotto le mura, mettendo i custodi della porta nel bivio più doloroso a cui si trovassero mai soldati dabbene, o di alzare il ponte e chiuder fuori gli amici, o di tenerlo calato e per salvar cinquecento perdere i quattromila, e con essi dar la città in balìa dei nemici.

Fortunatamente sopraggiunse il marchese Galeotto, che, vista la mala prova del Montefalco, fu pronto ad uscire, con quanta gente potè avere alle mani, in sostegno del suo capitano. Per tal modo, rattenuta la furia del nemico, i cavalieri ebbero agio a raccapezzarsi nel parapiglia, a riunirsi e mettersi in salvo. Non così i fanti che andavano con esso loro, i quali nella improvvisa ritirata erano rimasti più indietro, facilmente avviluppati e travolti nella mischia.

Il Maso, tra gli altri, perduto di vista il capitano, era stato pigliato in mezzo da un manipolo di nemici. Ben s'era adoperato colle mani e co' piedi; uno avea morto e un altro ferito; ma sopraffatto dal numero, non aveva potuto far altro. E si divincolava in quelle strette, si scontorceva e smaniava, ma invano; due maledetti diavoli lo avevano abbrancato, e non c'era verso, bisognava andare con essi.

—Che! non si scappa!—gli gridava un di costoro, che lo aveva agguantato pel collo e gli faceva sentire il ginocchio nelle reni.—Tu se' capitato nelle granfie del Tanaglino e puoi metter l'animo in pace. A te, Vernazza; due giri di corda e legami questo ribaldo.—