Il soldato, che rispondeva al nome di Vernazza, si cavò di sotto il farsetto la corda di ricambio della balestra e l'avvolse prontamente, senza tanti riguardi, intorno ai polsi del Maso, che si trovò per tal guisa ammanettato come un ladro in mezzo ai sergenti della giustizia.
—E adesso, vira di bordo!—gli gridò il Tanaglino, accompagnando l'ordine con un colpo d'aiuto, che al Maso fece tornare in memoria le carezze di mastro Bernardo.
Obbedì, e, come volle il Tanaglino, prese la strada dell'Argentara, a passo giusto da prima, indi man mano più frettoloso, perchè i balestrieri lo spingeano da tergo, incalzati com'erano d'improvviso dalle schiere di riscossa condotte innanzi dal marchese Galeotto.
Ad una svolta del sentiero e già in vista dello steccato di Pertica (che colaggiù erano calati i genovesi a piantar battifolle) comparve messer Pietro Fregoso a cavallo, e comandò ai capitani delle compagnie di far ritirare in fretta la gente, lasciando libera e sgombra la via al nemico.
Obbedirono tutti, e, menando seco i prigioni che avevano fatti, si gittarono pe' campi.
Il Maso colse il destro di quella conversione, per dare una sbirciata dietro di sè. Il cuore gli fece un sobbalzo di contentezza, poichè non molto lunge ondeggiava l'insegna del marchese Galeotto, e al grido di «San Giorgio e Carretto» i suoi compagni d'arme muovevano spediti all'assalto.
Ma ohimè, la gioia del Maso non durò che un istante. Dalla parte dello steccato si vide un lampo, anzi una corona di lampi; si udì un rombo, un tuono, uno schianto, che a lui smemorato fece traballare la terra sotto i piedi; e in meno che non si dice fischiò nell'aria una rovina di sassi, battè, saltellò, ruzzolò per la strada, mettendo lo scompiglio nelle prime schiere che si facevano innanzi.
Quasi sarebbe inutile il dire che questo fuoco d'inferno arrestò il corso dei nemici. Molti caddero, l'uno sull'altro, a rinfusa, urlando o gemendo, bestemmiando o pregando, conforme portavano gli umori; altri non ebbero il tempo di raccomandar l'anima a Dio che quella grandine li colse e li sfracellò senza misericordia. Tosto, dai due lati della strada, i balestrieri genovesi a spianar gli archi e scoccar frecce in quella calca disordinata; nè mancarono i balestroni e le briccole, per lanciare dallo steccato sugli assalitori una minutaglia di pietre e verrettoni, così riempiendo gl'intervalli un po' lunghi, che allora portava la difficoltà della carica, nel tiro delle armi da fuoco.
Poco stante, il Maso, che oramai disperava di tornar salvo tra' suoi, entrava, col Tanaglino ai fianchi, nello steccato nemico. Colà gli fu dato veder da vicino que' brutti ordigni, donde tanta maledizione era uscita pur dianzi. Un uomo era là, dietro i pezzi, che agli atti e al contegno pareva il capo di quei ministri del fuoco. Alto di statura, di membra poderose, nero in volto per lo imbratto del sudore e della polvere, parea Satanasso in persona; e per tale lo avrebbe pigliato il Maso, a ciò aiutando il mal animo con cui si sogliono guardare i nemici, se in lui non avesse ravvisato un vecchio conoscente, e proprio uno di que' due forastieri, che egli aveva serviti tredici mesi addietro all'osteria di mastro Bernardo.
Si fermò allora, pensando tra sè come avrebbe potuto fare per dar negli occhi a quell'uomo. Intanto il Tanaglino, che non aveva le stesse ragioni per trattenersi, gli diede una spinta nelle reni.